Nel paragonare l’utilizzo della tecnologia in sport differenti si cade molto spesso nell’errore di porre sullo stesso piano elementi disomogenei.
Ciò capita ancor più di frequente in questo periodo, periodo nel quale ci stiamo lentamente abituando alla tecnologia applicata al calcio, pianeta a se stante che solo da tre anni e mezzo ha accolto tra le sue regole il VAR che, per quanto criticato e criticabile sotto vari punti di vista, ha rivoluzionato la percezione dell’errore e delle decisioni arbitrali.

Risulta impossibile confrontare la tecnologia applicata agli sport per un motivo quasi banale: gli sport sono, per definizione, diversi uno dall’altro.
Prendiamo, ad esempio, il tennis: confrontare la tecnologia del cosiddetto “occhio di falco” con il VAR è operazione priva di qualsiasi senso.
L’occhio di falco giudica elettronicamente se una pallina è rimbalzata fuori o dentro il campo. Al limite possiamo paragonare la questione “margine d’errore” perché forse non tutti sono a conoscenza del fatto che anche la tecnologia applicata ad un campo di tennis prevede un margine d’errore di un paio di centimetri. Eppure non ricordiamo nessun giocatore che abbia contestato il verdetto espresso dal software utilizzato perché i professionisti sono ben consapevoli che un eventuale margine d’errore vale per chiunque, per se stessi o per gli avversari.

Prima di addentrarci sul punto specifico del presente approfondimento (che verterà in particolar modo sulle possibili innovazioni del VAR, prendendo spunto dagli altri sport), una doverosa precisazione sul margine d’errore.
La convinzione più erronea diffusasi in queste ultime settimane è che ogni decisione in merito al fuorigioco sia contraddistinta da un errore di qualche centimetro.
Il margine d’errore, però, non rappresenta affatto questo concetto.
Questa teoria, in realtà, è veicolata da chi non conosce minimamente ciò di cui parla o scrive.
Il margine d’errore esiste ma non si verifica in ogni circostanza. Al contrario è una possibilità che si verifica una volta ogni tanto e che è limitata a pochissimi centimetri.
Può capitare, per esempio, che un errore si verifichi nella valutazione di un fuorigioco di tre metri, modificando la realtà dei fatti di una misura totalmente marginale dato che, con la correzione di 3,4 od anche 5 centimetri quella posizione sarebbe stata comunque molto evidente. Allo stesso modo, per corollario, è altamente probabile che su cinquanta posizioni di fuorigioco per pochi centimetri solo una sia inficiata parzialmente da un errore di misurazione.
In sintesi, il margine d’errore non è una costante ma solo un’ipotesi di scuola.
Un po’ come il margine d’errore sulla Goal Line Technology: si tratta di una valutazione su base elettronica che, in alcuni casi, può sbagliare di qualche centimetro. Ciò non significa che ogni ricostruzione del pallone sulla linea sia, per definizione, discutibile per qualche centimetro ma solo che può capitare che quella ricostruzione sia leggermente imprecisa.

Una volta chiarito questo concetto generale, possiamo affrontare le varie questioni di cui si è discusso più volte negli ultimi tempi.

Comunicazioni pubbliche delle decisioni assunte
E’ una richiesta avanzata in molte occasioni da chi paragona il calcio ed il rugby. Da parte mia non posso definirmi un esperto del settore dato che non ho alcuna remora ad affermare che il rugby non mi piace e non lo seguo.
Peraltro non è necessario essere esperti di rugby per sapere che la mentalità dei giocatori di questo sport è enormemente differente rispetto al calcio: forse per la frequenza degli scontri o per la necessaria correttezza volta ad evitare incidenti di elevata gravità, in ogni caso il fairplay contraddistingue questa attività in misura maggiore rispetto ad altri sport. Proprio in virtù di questa cultura sportiva differente, anche ascoltare l’arbitro durante la gara è divenuto normale, così come non stupisce il fatto che le proteste siano ridotte al minimo e, quand’anche presenti, presentate in forma molto educata e rispettosa.
Possiamo ipotizzare che questo modello possa essere portato anche nel calcio?
La risposta è un convinto NO.
I motivi li conosciamo tutti: i giocatori di calcio sono molto più propensi alla protesta oltre le righe, spesso si esagera nei toni e nelle parole.
Il calcio è lo sport più amato e seguito dai giovanissimi: pensate quale brutto esempio potrebbero trarre nell’ascoltare, attraverso il microfono dell’arbitro, una bestemmia sparata da un calciatore (lo sappiamo che capita, tutti abbiamo giocato a calcio sebbene a livelli differenti).
Più accoglibile, a mio parere, un paragone con il football americano.
No, non sono sport simili, tutt’altro: sono sport lontanissimi concettualmente e per sviluppo sul terreno di gioco ma ciò che potrebbe essere introdotto è il modello di comunicazione.
Nel football americano esiste la tecnologia applicata alla competizione da più di vent’anni. Per la precisione la tecnologia nel football americano è presente ininterrottamente dal 1999. In realtà, però, l’instant replay esiste da molto più tempo, addirittura dagli anni ‘80 (ed era stata provata empiricamente già alla fine degli anni sessanta). Fu abbandonata ad inizio anni ‘90 poiché le varie franchigie si dimostrarono poche convinte dell’esperimento e, dopo sette anni di errori determinanti, decisero di tornare alla tecnologia introducendo una grande novità: il challenge. Su questo argomento torneremo più avanti.
Rimanendo alla comunicazione, il football americano è molto differente dal rugby.
A differenza del rugby, infatti, il capo arbitro (quello col cappellino bianco, per intenderci: gli altri hanno il cappellino nero) comunica col pubblico (e, in questo periodo, sostanzialmente con il pubblico a casa) solo le decisioni conseguenti a flag (le bandierine gialle lanciate in campo in caso di infrazioni) od a challenge.
Potremmo ipotizzare un sistema del genere per il calcio?
La risposta, per quanto mi riguarda, è affermativa.
Risposta affermativa con una precisazione: gli arbitri non potranno certo spiegare ogni decisione assunta. Ciò perché, durante una partita, gli arbitri assumono duecento decisioni circa nei novanta minuti più recupero, è chiaro che sarebbe impossibile spiegare ogni singola scelta.
Sono invece propenso ad ipotizzare che gli arbitri potranno spiegare le decisioni assunte dopo essere stati chiamati ad On Field Review.
Peraltro non deve essere sottaciuto un particolare: sarebbe una comunicazione apprezzabile ma che non aggiungerebbe nulla.
Perché? Semplice: se dopo una On Field Review un arbitro espelle un calciatore, assegna o revoca un rigore, concede od annulla una rete per fuorigioco, non è nemmeno necessario che spieghino quel che ha deciso: è evidente.

Il Challenge
Non so come verrà definito ma certamente ci arriveremo: è una naturale evoluzione della tecnologia e, non a caso, esiste in quasi tutti gli sport.
Esiste la richiesta dei giocatori di tennis, esiste il challenge nel football americano (il celeberrimo fazzoletto rosso lanciato in campo dall’head coach), esiste nel basket NBA (introdotto nella scorsa stagione nella misura di uno per gara e confermato per la prossima annata che, ricordiamolo, inizierà il 22 dicembre), esiste nel baseball (anche se non ovunque), esiste nella pallavolo ecc.
Non l’ho mai nascosto ed ho sempre sostenuto la medesima tesi fin dal giorno uno del VAR. Sono assolutamente favorevole al challenge nel calcio per due motivi ben definiti:
1 – è un modo ottimale per responsabilizzare allenatori, calciatori e dirigenti. Una volta investiti del compito di chiamare all’On Field Review un arbitro, si renderanno conto essi stessi di quanto sia difficile assumere una decisione complessa nel giro di pochi istanti;
2 – il VAR è una tecnologia che deve essere a disposizione del calcio, non degli arbitri. Il VAR è stato ideato per evitare che una competizione venga decisa da un errore dell’arbitro ma nulla toglie che anche il VAR possa sbagliare o, come più spesso accade, non possa intervenire su episodi molto al limite ma non coincidenti con un chiaro ed evidente errore. Per tal motivo, proprio per concretizzare il concetto di tecnologia a disposizione del calcio, lo strumento non può essere utilizzabile solo dagli arbitri ma essere usufruibile anche dalle società stesse. Naturalmente non cambierebbe l’utilizzo concreto: sarà comunque l’arbitro a dover assumere la decisione definitiva.
Ci si arriverà?
Sono convinto di sì. Probabilmente non subito ma, se dovessi scommettere il classico euro, punterei deciso sui Mondiali di Qatar 2022.

C’è un altro punto su cui si discute da tempo e che prescinde dal VAR: la comunicazione post gara degli arbitri.
La personale posizione, in questo ambito, è di chiusura parziale: no agli arbitri in conferenza stampa post partita, sì a spiegazioni di quanto accaduto ma dopo le decisioni del giudice sportivo.
Parto dalla seconda opinione personale.
Posticipare eventuali dichiarazioni arbitrali ad un momento successivo alle decisioni del giudice sportivo è doveroso per evitare che un’affermazione in merito possa influire sulle sanzioni disciplinari.
Pensate ad un arbitro che, spiegando una propria decisione, dovesse anche solo implicitamente sottolineare la gravità di un’infrazione: il giudice sportivo (che non vive su Marte e che leggerebbe le dichiarazioni) potrebbe essere influenzato da quanto dichiarato.
Per quanto riguarda, al contrario, la presenza degli arbitri in conferenza stampa, la mia risposta è un no deciso.
Il motivo di questa posizione è banale: la stampa non è in generale interessata a capire ma a creare attenzione. Eventuali domande non sarebbero improntate a comprendere una spiegazione ma a trovare uno spunto di discussione.
Gli arbitri si troverebbero di fronte ad una platea che ha avuto tutto il tempo per visionare più volte immagini che gli arbitri, appena usciti dalla doccia, non hanno ancora mai potuto vedere. Chiaro che si troverebbero nella condizione di dover commentare episodi che magari non ricordano neppure, con evidenti e facilmente comprensibili difficoltà (e non mancherebbero le prevedibili litanie su “non vuole ammettere l’errore” oppure “fa finta di non ricordare per non rispondere”).
Per contro credo che sia venuto il momento che l’Associazione Italiana Arbitri entri nel ventunesimo secolo.
E’ inconcepibile che un’Associazione di questo genere sia ancora sprovvista di un ufficio stampa e di un responsabile della comunicazione.
Nel mio ideale di associazione moderna, l’AIA dovrebbe avere un protavoce e una serie di vice preparati nella comunicazione (il che non significa “istruiti su quello che devono dire” ma “capaci di parlare in pubblico con buona padronanza della lingua italiana”) da inviare nelle varie trasmissioni che ne facessero richiesta e non per giudicare un episodio ma per spiegare il regolamento.

Come dite?
Penso che il regolamento debba essere spiegato agli “addetti ai lavori”?
Sì.

 

Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog (www.lucamarelli.it) è nato come un passatempo e sta diventando un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati.

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