.

.

Morata, il fuorigioco di pochi centimetri e le teorie sulla “tolleranza”
Pubblicato da      23/10/2020 16:41:00    4 Commenti
Morata, il fuorigioco di pochi centimetri e le teorie sulla “tolleranza”

Crotone-Juventus ha occupato le bacheche social più per episodi specifici che per approfondimenti tecnici su quanto visto in campo.
Normale, purtroppo, in un periodo storico nel quale la polemica alimenta le teorie più curiose e le proposte innovativa più strane.
Chiusa (fino alla prossima puntata) la questione Fourneau (prima declassato secondo le ipotesi strampalate di taluni giornalisti, poi promosso secondo altre teorie altrettanto fantasiose), protagonista di una prestazione non impeccabile ma centrata sugli episodi chiave della gara, affrontiamo oggi un tema che periodicamente torna in auge tra gli addetti ai lavori e tra i semplici commentatori: il VAR ed il fuorigioco.

La questione è tornata in auge, in questo caso, per la rete della potenziale vittoria della Juventus a Crotone, realizzata da Morata ma annullata per un fuorigioco di pochissimi centimetri.
Come già accaduto in passato si sono accese discussioni sulla necessità reale di dover annullare una rete per una posizione che solo dopo circa quattro minuti è stata dimostrata essere irregolare per poco, forse una misura inferiore ai dieci centimetri.

La base di questa discussione è molto spesso incentrata su un articolo apparso su un quotidiano inglese lo scorso anno, secondo il quale la scelta di un frame o di un altro avrebbe inciso sulla posizione dei calciatori fino a 13 centimetri.
Come spesso capita si pone l’attenzione sul concetto generale facendosi sfuggire un particolare di assoluta importanza.
Lo stesso giornale inglese, infatti, scrisse “fino” a 13 centimetri.
Il che non significa che il VAR sbaglia sempre di 13 centimetri in eccesso od in difetto, semplicemente affermava che, in condizioni estreme, il VAR avrebbe potuto essere impreciso fino a questo limite.
Cosa significa, in sostanza, “caso estremo”?
L’ipotesi era che due calciatori, un difendente ed un attaccante, su un lancio in profondità si incrociassero (il difensore salendo e l’attaccante attaccando la profondità) alla massima velocità possibile per un essere umano.
Ovviamente un’ipotesi senza alcun fondamento, un’estremizzazione utile ad attaccare strumentalmente una tecnologia che gli inglesi hanno accolto con la classica smorfia di disgusto londinese, con quel sospetto tipicamente britannico per tutto ciò che non rispetta la tradizione.

Nei fatti un episodio del genere è praticamente impossibile.
Con ciò non sto affermando che la tecnologia applicata al fuorigioco sia infallibile: anzi, è proprio l’IFAB che, in varie circostanze, ha ribadito che un margine di errore esiste e che, esattamente come per la Goal Line Technology, la stessa è quantificabile tra i 3 ed i 5 centimetri, in eccesso od in difetto.
Attenzione: ciò non significa che bisogna sommare l’eccesso od il difetto portando il valore reale a 6 /10 centimetri. Significa che, come per la Goal Line Technology, ad oggi c’è un margine di errore compreso nella forbice 3/5.

Ma il corollario è presto detto: vale per tutti, indistintamente. E perciò tutti gli “attori” di questo gioco sono consapevoli che questo margine esiste, lo accettano ben sapendo che il futuro aprirà la strada a tecnologie ancora più precise dell’attuale.
E non esageriamo nemmeno nello scandalizzarci: su un campo di 110 metri, 3/5 centimetri sono il nulla.
Forse espresso in tal modo rende di più l’idea: il margine di errore (ribadisco: di errore tecnologico, non di tolleranza, argomento a cui arriveremo più avanti) è di 3/5 centimetri sulla lunghezza di un terreno di gioco di 11mila centimetri.

Il concetto fondamentale da tenere presente è il seguente: il fuorigioco è una regola che presuppone l’attaccante oltre la linea del pallone e del penultimo difendente.
Null’altro.
Il corollario è che non importa che la posizione irregolare sia di un centimetro o di tre metri, la quantità metrica è del tutto ininfluente sulla valutazione.

Purtroppo, però, c’è da registrare anche il fatto che voci dissonanti si sono sollevate in passato.
La prima su tutte è quella del presidente della UEFA Ceferin che, in un’intervista ad un altro giornale inglese, disse:
“Di questi tempi, se hai il naso lungo rischi di essere in fallo. La soluzione, potrebbe essere una tolleranza di 10-20 centimetri”.
Anche tale affermazione, però, deve essere contestualizzata.
Queste frasi vennero rilasciate ad un quotidiano inglese a dicembre, in un periodo nel quale era altissima la polemica in ambiente britannico sull’uso della tecnologia, attaccata perché (a dire degli sportivi dell’isola) rendeva il gioco meno fluido e piacevole.
Non è certo un caso che, dopo questa intemerata, Ceferin non sia mai più tornato sull’argomento.

E fu Ceferin stesso, con le sue frasi, ad aprire un altro argomento, molto differente dal margine di errore della tecnologia: la tolleranza.
La tolleranza, a differenza del margine di errore, non è legato alla tecnologia ed alla misurazione elettronica (se così vogliamo definire la tracciatura automatica delle linee parallele rossa e blu che siamo abituati a vedere): la tolleranza è un concetto legato alla valutazione soggettiva, cioè alla discrezionalità.

Poniamo un esempio di scuola.
Ipotizziamo che l’IFAB decida che, sul fuorigioco, dovrà essere applicata una tolleranza di dieci centimetri.
Che cosa accadrebbe se il VAR e l’arbitro si trovassero di fronte ad un fuorigioco di 11 centimetri? Si tollererebbe anche quel centimetro in più? E che ne sarebbe delle discussioni sul margine di errore di 3 centimetri?
E se dovessimo affrontare un fuorigioco di nove centimetri, aggiungeremmo anche i tre centimetri del margine di errore, annullando la rete?
Oppure, in caso di fuorigioco di dodici centimetri, lo concederemmo perché col margine di errore della tecnologia scenderemmo sotto i dieci?
E’ abbastanza palese che questa teoria è quantomeno scombinata perché, di fatto, si aggiungerebbe una valutazione soggettiva di VAR ed arbitro ad una criticità che, di fatto, è stata eliminata completamente grazie all’utilizzo del cross-air, cioè il sistema di puntamento tridimensionale applicato ad immagini bidimensionali.

Un cenno proprio a questo elemento, per spiegare nuovamente come avviene l’individuazione di una posizione regolare o meno.
Il frame.
Altro argomento di discussione: quale frame viene utilizzato per determinare il fuorigioco?
Risposta banale ma che, leggendo vari commenti anche di presunti esperti, diventa complesso quasi quanto la misurazione del punto esatto di atterraggio sulla Luna per un vettore partito dalla Terra.
Il fuorigioco non viene individuato sulla base del “pallone che si stacca dal piede”: questa è un’altra perla mediatica inventata da qualche burlone.
In realtà il fuorigioco viene valutato sul primo contatto tra pallone e corpo del giocatore che effettua il lancio od il passaggio (e, dunque, anche nel caso recente del derby di Milano il momento del passaggio è rappresentato dal contatto del pallone con la coscia di Eriksen) e tra un frame e l’altro passa un ventiquattresimo di secondo.
Insomma, le immagini sono sufficientemente precise per individuare il momento esatto.
Ovviamente non è semplice: non è certo un caso che i casi più intricati (leggasi: sul filo dei centimetri) necessitino di una review molto lunga, proprio per evitare che venga preso in considerazione un frame sbagliato. Prendere quello prima o dopo non cambierebbe sostanzialmente nulla, prendere il secondo successivo o precedente potrebbe avere un impatto sostanziale.

Una volta individuato il frame corretto, si procede alla seconda parte dell’operazione: viene utilizzato il cross air per individuare il punto del corpo più avanzato dell’attaccante e del penultimo difendente (nel caso sia necessario: la proiezione a terra di spalle, testa o ginocchia), si fissano dei punti attraverso i quali il software traccerà delle linee parallele, sulla base delle quali i VAR valuteranno oggettivamente la posizione di partenza.

Non difficile da capire, enormemente complesso se si raccontano favole inventate più o meno sul momento.

Tornando all’argomento fuorigioco, dobbiamo segnalare che effettivamente, in seno all’IFAB, sono in corso panel e discussioni per tornare al concetto di “luce”.
Che cos’è il concetto di luce?
Sostanzialmente il fuorigioco si concretizzerebbe solo nel caso in cui le figure del penultimo difendente e dell’attaccante non siano sovrapposte in alcuna parte del corpo.
Bello?
Può essere ma c’è un piccolo particolare: questo concetto non è affatto nuovo ed è stato utilizzato nel passato, a fine anni novanta.
E’ stato abbandonato in fretta e furia perché, ve lo assicuro per esperienza diretta, era totalmente inapplicabile.
Se oggi il fuorigioco è valutazione della posizione dell’attaccante, in quell’annata gli assistenti dovevano individuare in un istante la posizione del calciatore dai piedi alla testa.
Impossibile.
Ed infatti quell’annata fu un caos irreale, soprattutto nelle categorie inferiori nelle quali, dopo poche settimane, si tornò ad applicare di fatto la regola standard perché era impossibile giudicare un parametro del genere.
E lo stesso problema si proporrebbe anche in presenza della tecnologia.
Ricordiamo le polemiche sulla prospettiva per il tracciamento delle linee parallele sul terreno di gioco?
Ecco, adesso ipotizzate le stesse immagini per valutare se tra un attaccante ed un difensore ci sia luce al momento del lancio/passaggio dell’attaccante.
Ovviamente la risposta è banale: è impossibile avere certezze in un senso o nell’altro, proprio perché la mancanza di prospettiva non escluderebbe l’una o l’altra fattispecie (luce o non luce).
Non è certo un caso che, nonostante le discussioni in merito, la regola sia rimasta invariata negli ultimi vent’anni: funziona, la tecnologia ha azzerato il margine di discrezionalità, il margine di errore minimo è universalmente accettato come quello sulla Goal Line Technology.

E’ giusto innovare se la tecnologia consente passi in avanti sicuri.
Ma, per carità, non tocchiamo il fuorigioco: dopo decenni di polemiche si è trovata la soluzione per eliminare il problema (al netto di qualche cialtronata social), tornare indietro sarebbe quantomeno da masochisti.

Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog (www.lucamarelli.it) è nato come un passatempo e sta diventando un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati.

Condividi questo articolo:

4Commenti

    • Avatar
      Antonio
      ott 24, 2020

      Buongiorno Luca, come sempre mi trovo d’accordo con te sull’analisi oggettiva degli eventi. Stavolta però mi chiedo (e ti chiedo), analizzando il fuorigioco dal punto vista dell’azione di gioco e considerando che dovrebbe essere una “punizione” per l’attaccante che trae un indebito vantaggio dalla sua posizione, quanto un attaccante può essere avvantaggiato nel caso in cui si fosse a parità di posizione di partenza del corpo e l’unica discriminate sia la posizione/rotazione del piede in quel momento specifico. Cioè, nel caso specifico di Morata (o Ronaldo con il Parma e Icardi nel derby parlando di casi passati) siamo così sicuri che quei 10-15 cm abbiano garantito un vantaggio tale da dover essere punito?

    • Avatar
      Toninobw
      ott 24, 2020

      Dott. Marelli non ha mai spiegato perché la linea rossa sta dopo il tallone di Morata, mentre la blu sta sotto la scarpa del difensore.

    • Avatar
      Giovanni Gallo
      ott 24, 2020

      Ho apprezzato molto il suo articolo, preciso, circostanziato e chiaro.
      Anche io sono molto d\'accordo sull\'utilizzo della tecnologia, a maggior per quanto riguarda il fuorigioco.
      Non sono abituato a fare dietrologia, ma per chi ha giocato a calcio come me, vedere annullare un gol per una chiamata come quella su Morata, o Ronaldo lo scorso anno con il Parma(?) è francamente inaccettabile. Lo dico non da oggi, nel caso del fuorigioco il VAR dovrebbe valutare se l\'assistente ha effettuato o non effettuato una chiamata congrua, andando a giudicare la sua posizione e la dinamica dell\'azione, la difficoltà della velatuazione. La mia visione ha, tra l\'altro, il pregio di esaltare la centralità dell\'assistente nella valutazione del fuorigioco. La non chiamata del fuorigioco di Morata non lo si può considerare un errore dell\'assistente, era ben posizionato, c\'era confusione in area e la parte del corpo in fuorigioco era impossibile da vedere.
      Usare la tecnologia non vuol dire arrendersi ad essa, con buona pace di polemizzatori, dietrologi e demagoghi professionisti.
      La ringrazio per l\'attenzione.

    • Avatar
      Giulio Ongaro
      nov 2, 2020

      Bravissimo. Almeno con il VAR si e\' arrivati a delle decisioni basate sui fatti, sulle prove. Si eliminano quasi tutte le incertezze. Ma il problema e\' la scarsa cultura sportiva. cioe\' il modo in cui i tifosi e anche molti commentatori non accettano le decisioni arbitrali e si mettono subito a parlare di complotti ecc. Su questo siamo molto indietro. Io sono un gran tifoso di una squadra italiana, ma la mia vita non dipende da quella squadra, prendo le cose con leggerezza. Mi dispiace quando perde, gioisco quando vince, ma non ci perdo tutta la settimana a fare polemiche. Mi piace lo sport quando c\'e\' la sportivita\' in campo, tra i tifosi, ecc.

Lascia un commento

* Nome:
* E-mail: (Non pubblicato)
   Sito web: (Url sito conhttps://)
* Commento:
0