.

.

“Il mistero del rigore senza contatto” di D. Zapata, Keita B. D. e G. Calvarese.
Pubblicato da      28/10/2020 15:36:00    0 Commenti
“Il mistero del rigore senza contatto” di D. Zapata, Keita B. D. e G. Calvarese.

Sabato 24 ottobre è andata in scena Atalanta-Sampdoria vinta per tre a uno dei blucerchiati. La gara ha fatto registrare un cosiddetto “caso arbitrale” per quanto riguarda il rigore assegnato all'Atalanta. Come direbbero in molti: un cosiddetto “episodio da moviola”.
Da appassionato di regolamento ho individuato in tale caso alcuni elementi molto interessanti.

 

I fatti: l’arbitro Calvarese assegna un calcio di rigore all’Atalanta giudicando punibile un intervento di Keita su Zapata. Il difendente in allungo alza molto la gamba, ad altezza del ventre dell’avversario, cercando di calciare via il pallone dall’area di rigore. Contemporaneamente l’attaccante accenna un controllo col piede sollevando la gamba piegata, ritraendosi quando la gamba dell’avversario gli passa molto vicino al ginocchio e a lato del torso.
Vi è contatto? Non vi è contatto? Personalmente non ho certezze né in un verso né nell’altro.
L’attaccante cade a terra tenendosi il ginocchio e l’arbitro fischia rigore.  Il VAR a quel punto ricontrolla l’azione (siamo infatti in una delle quattro occasioni di intervento) e, notando evidentemente a suo parere un chiaro ed evidente errore, invita l’arbitro ad una On Field Review.
Dopo il controllo a video però l’arbitro conferma la propria decisione. Le immagini lasciano dubbi, ma inducono taluni anche a ragionamenti sbagliati od incompleti. 

Vediamo di fare chiarezza.

 

Si sono spese moltissime parole a riguardo, in particolare su due questioni, ovvero sul fatto che il difendente abbia colpito l'attaccante oppure no, e dall'altra su qualcosa che riguarda più l’ambito regolamentare, ovvero la possibilità di assegnare un calcio di rigore senza che vi sia contatto tra i calciatori.
Aggiungo io un altro paio di argomenti: il VAR è stato opportuno che abbia scelto di intervenire? Si può intervenire disciplinarmente per punire un calciatore che subisce un fallo e ne acuisce gli effetti volontariamente?

 

Partiamo dalla questione della percezione dell'avvenimento. Le immagini che scorrono sui nostri video, siano essi televisori o schermi di computer, hanno una compressione che abbassa la nitidezza delle immagini stesse. Inoltre, è possibile che tra le immagini che vengono mostrate al grande pubblico non ci siano quelle che portano alla valutazione del VAR in caso di On Field Review dell'arbitro. Sicuramente non sappiamo, ma possiamo solo intuire, quale sia l’immagine che convince l'arbitro della bontà della propria decisione.
In questo caso il VAR probabilmente ha avuto la percezione del fatto che non vi fosse contatto tra i calciatori e quindi ha richiamato l'arbitro a rivedere l'azione per eventualmente cambiare la decisione di assegnare il calcio di rigore come avvenuto sul terreno di gioco.

 

A questo punto possono esserci tre scenari, due dei quali portano alla conferma della decisione assunta sul terreno di gioco:
1. se l'arbitro vedendo le immagini, secondo la propria sensibilità, ha chiara prova di aver preso la decisione non corretta, cambia idea.
2. se l'arbitro non riesce a ricavare dalle immagini chiara evidenza del proprio errore, rimane della propria idea.
3. se l’arbitro dalle immagini ha la stessa percezione avuta sul terreno di gioco, rimane della propria idea.
L’episodio di Atalanta - Sampdoria potrebbe ricadere nel punto 3, oppure a mio avviso più probabilmente nel punto 2.  Tale situazione purtroppo dimostra una discrepanza tra la sensibilità del VAR e la sensibilità dell'arbitro centrale. L’uniformità è un obiettivo molto difficile da perseguire.

 

Come dai nostri televisori o computer abbiamo avuto difficoltà a verificare se vi fosse contatto tra i corpi a causa delle particolari inquadrature non particolarmente favorevoli, forse anche l'arbitro ha avuto la stessa difficoltà.
Quello che crea in questi casi un errore di giudizio è il fatto che vi sono persone che a questo punto non mantengono un atteggiamento critico e permettono alla propria parte emozionale di prendere il sopravvento. In questi casi, pur nel dubbio, si convincono infatti della bontà della propria idea dominante, distanziandosi man mano dalla corretta analisi delle immagini. Per tale motivo in quelle immagini che non chiariscono con evidenza il contatto vi è chi vede “chiaramente” il tocco tra i corpi. 

Siamo quindi in una situazione prevalentemente di dubbio. Da qui il mio pensiero che non vi fosse effettivamente quella evidenza che potesse giustificare l’intervento del VAR.

 

Vediamo a questo punto di approfondire la questione dal punto di vista regolamentare per capire se sia plausibile la scelta fatta dall’arbitro o se vi fossero altra possibilità.

 

La parte di regolamento che ci permette di giudicare quanto successo si trova nella regola 12 a pagina 89:

“1. CALCIO DI PUNIZIONE DIRETTO
Un calcio di punizione diretto è assegnato se un calciatore commette una delle 
seguenti infrazioni contro un avversario in un modo considerato dall’arbitro 
negligente, imprudente o con vigoria sproporzionata:
• caricare
• saltare addosso
• dare o tentare di dare un calcio 
• spingere 
• colpire o tentare di colpire (compreso con la testa)
• effettuare un tackle o un contrasto 
• sgambettare o tentare di sgambettare 
Se un’infrazione comporta un contatto è punita con un calcio di punizione diretto o 
di rigore.
• “Negligenza” significa che il calciatore mostra una mancanza di attenzione o 
considerazione nell’effettuare un contrasto o che agisce senza precauzione. Non è 
necessario alcun provvedimento disciplinare.
• “Imprudenza” significa che il calciatore agisce con noncuranza del pericolo o 
delle conseguenze per l’avversario e per questo deve essere ammonito.
• Con “vigoria sproporzionata” si intende che il calciatore eccede nell’uso della 
forza necessaria e mette in pericolo l’incolumità di un avversario e per questo 
deve essere espulso.”

e più avanti

“Un calcio di punizione diretto è parimenti assegnato se un calciatore commette
una delle seguenti infrazioni:
[...]
• lancia un oggetto contro il pallone, un avversario o un ufficiale di gara o tocca il
pallone con un oggetto tenuto in mano”*
* il calcio di punizione diretto è assegnato anche se l’oggetto non colpisce il bersaglio (n.d.r.)

Partiamo dalla fine della prima parte ovvero dalla “pericolosità” del fallo.
Che il movimento del difensore si possa considerare quantomeno negligente è piuttosto evidente, le immagini non lasciano particolari dubbi dato che la gamba allungata e tesa del difensore arriva all'altezza del ventre dell'attaccante (anche se non particolarmente vicino). Potrebbe nascere una interessante discussione sul fatto che tale movimento si possa considerare imprudente ma in questa sede, non potendo verificare assieme le immagini, non è una discussione opportuna o utile.

 

Venendo alla punibilità o meno del caso in questione con un calcio di punizione diretto o di rigore, la questione interessante che è stata da più parti riportata riguarda alcune frasi nella prima parte di questo paragrafo del regolamento ed in particolare:

"- dare o tentare di dare un calcio
- colpire o tentare di colpire (compreso con la testa)
- sgambettare o tentare di sgambettare ".

Possiamo ben vedere che l'utilizzo del verbo “tentare” implica che tali situazioni effettivamente non si verifichino, ovvero non vi è un calcio, un colpo o uno sgambetto, e quindi è lecito interpretare la punibilità anche legata ad un movimento che non arrivi al proprio scopo ovvero che non porti al contatto tra i corpi.

Il “tentare di colpire”, come da indicazioni degli organi tecnici, è solitamente legato alla volontà di compiere un'azione violenta, come il “tentare di dare un calcio”, meno il “tentare di sgambettare”, ma ciò che conta è che il mancato contatto non esclude la punibilità con un calcio di punizione diretto o di rigore. Effettivamente, se ci pensate, sarebbe assurdo non punire con un calcio di punizione diretto o di rigore un intervento in tackle solo perché chi subisce il fallo riesce per un centimetro ad evitare il contatto, per non rischiare di non farsi male. Ovvero vi sarebbe troppa differenza con il punire lo stesso identico intervento in cui vi fosse un minimo tocco senza nessuna conseguenza particolare.

Nel caso in questione quindi, a guardare bene, il contatto non è un elemento particolarmente significativo, poiché è vero che se un’infrazione comporta un contatto è punita con un calcio di punizione diretto o di rigore, ma non è scritto nel regolamento che se un’infrazione non comporta un contatto è punita con un calcio di punizione indiretto. Quindi l’arbitro se giudica quell’intervento come punibile con un calcio di rigore, pur rendendosi conto del mancato contatto, tecnicamente compie una scelta legittima.

 

Veniamo ora ad una differente lettura del caso in questione che, vi anticipo, a mio parere è quella che avrebbe dovuto esserci.

La punibilità con un calcio di punizione diretto o di rigore di un “tentativo di”, quindi senza contatto, è indissolubilmente legata al tipo di gesto che solo per un caso fortuito, abilità del destinatario di evitare il contatto all’ultimo o lieve “imprecisione” nell’atto da parte del colpevole, non raggiunge l’obiettivo. Infatti, se il movimento comunque non potesse in alcun modo colpire “il bersaglio”, perché per esempio il calcio è portato a sufficiente distanza, o il tackle particolarmente in anticipo o in ritardo, si cade in un’altra casistica che è riportata nella regola 12 a pagina 91 e 92:

“2. CALCIO DI PUNIZIONE INDIRETTO

Un calcio di punizione indiretto è assegnato se un calciatore:
- gioca in modo pericoloso”

e più avanti

“Giocare in modo pericoloso
Per “giocare in modo pericoloso” si intende una qualsiasi azione di un calciatore che, nel tentativo di giocare il pallone, mette in pericolo l’incolumità di qualcuno (incluso sé stesso) o impedisce ad un avversario vicino di giocare il pallone per timore di infortunarsi.
Una sforbiciata o una rovesciata sono permesse purché non costituiscano pericolo per un avversario. “ 

Come vediamo da questi paragrafi il gesto del difendente sampdoriano può essere facilmente ricondotto ad un gioco pericoloso con conseguente calcio di punizione indiretto.

Questa quindi a mio avviso sarebbe stata la decisione da prendere, capisco però che la percezione dell’arbitro sul terreno di gioco possa essere stata non perfetta, oppure che le mie considerazioni derivino dalla non particolare nitidezza delle immagini che ho valutato.

Per quanto riguarda la punibilità disciplinare dell’accentuazione del contatto, il regolamento nella regola 12 a pagina 94 dice:

“Ammonizioni per comportamento antisportivo
Ci sono differenti circostanze nelle quali un calciatore deve essere ammonito per comportamento antisportivo, compreso se:
- tenta di ingannare l’arbitro, ad esempio fingendo un infortunio o di aver subito un fallo (simulazione)”

Nel caso in questione, con la prima impressione (sbagliata), sembrava che il calciatore che ha subito il fallo si tenesse il ventre, poi ad una migliore analisi delle immagini ci si è accorti che si teneva il ginocchio. Visto che il fallo è stato fischiato, non è possibile dare una sanzione disciplinare per aver finto di subire un fallo. Quello su cui si potrebbe discutere è il fingere di subire un infortunio. A stretto giro di regolamento quindi, per quanto sia qualcosa che credo non si sia mai visto, ci potrebbe stare una ammonizione del calciatore che subisce il fallo, comunque assegnando il calcio di rigore. Nella fattispecie in questione la sensibilità dell’arbitro che ha il polso della gara e della situazione è quanto di migliore possiamo avere per giudicare.

Questo quindi è il quadro di quanto successo. Ogni volta che un arbitro è chiamato alla On Field Review e rimane della propria idea mi viene da pensare che qualcosa non sia andato per il meglio. Si deve fare ancora strada verso l’uniformità e lo strumento tecnologico ha acuito la possibilità di discrepanze di visione sui casi più borderline, pur diminuendone drasticamente il numero.

Ritengo ad ogni modo che il caso qui trattato sia stato fin troppo amplificato dai media e dai social network, ho voluto approfondirlo perché dal punto di vista regolamentare forniva interessanti spunti di riflessione.

Essere arbitro centrale e essere VAR (come essere assistente) è un compito molto difficile e l’indubbio aiuto della tecnologia che ha portato tangibili benefici dal punto di vista arbitrale e di equità nelle gare è poco capito dal “fruitore medio” dello spettacolo calcio, che ritiene il VAR una tecnologia e la tecnologia infallibile. Questi sono due errori che portano a bias cognitivi importanti con cui abbiamo a che fare di gara in gara. Però con la condivisione della conoscenza noi, passatemi il termine, “esperti dal basso” possiamo fare molto, come dovrebbe fare “dall’alto” chi di dovere. Non ci resta che continuare a dare il buon esempio...

Massimo Dotto

Informatico e Osservatore Arbitrale di calcio a 11 a livelli nazionali fino al 2014, per passione da molti anni si dedica al difficile compito di diffondere la conoscenza sul Regolamento del Calcio, in particolare su Facebook. Il Gruppo di cui è co-admin riunisce migliaia di appassionati fornendo materiale unico ed utile per l'analisi delle più disparate casistiche arbitrali ed il mondo dell'arbitraggio.

Condividi questo articolo:

Lascia un commento

* Nome:
* E-mail: (Non pubblicato)
   Sito web: (Url sito conhttps://)
* Commento:
0