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Daniele Orsato, il Covid e la ricerca della normalità
Pubblicato da      03/11/2020 10:54:00    0 Commenti
Daniele Orsato, il Covid e la ricerca della normalità

Qualche giorno fa Daniele Orsato ha rilasciato una intervista. La notizia è quasi più unica che rara dato che Daniele non è un animale da studio televisivo, per quanto sia un animale da stadio (questa quando la legge me la fa notare, ma animale da stadio ci sta per uno con il suo carisma e carattere, me la perdonerà). L’intervista, rilasciata per TVA Vicenza, una emittente locale delle zone di Orsato, è stata condotta da Domenico Basso, un giornalista piuttosto noto in Veneto e riporta sprazzi di umanità interessanti, rivelando parte di ciò che è Daniele fuori dai riflettori, quando parla di passione arbitrale. Quando incarna la passione arbitrale.

Prendo spunto da quella intervista per riportarvi qualche passo e, perché no, continuare anche la settimana prossima perché uno che non era portato per l’arbitraggio come lui, di aneddoti ed emozioni ne ha molte da trasmettere.

 

All’inizio dell’intervista ci sono un paio di spezzoni di riunioni solitamente tenute da Orsato agli arbitri, e si ascoltano frasi come “è una crescita, ma dovete avere passione dentro per farlo sennò non è il vostro mestiere” e “è un gioco di squadra in cui devono essere coinvolti tutti per raggiungere il risultato e non ci sono nel gruppo differenze.” Questo è Daniele davanti ai suoi ragazzi, in passato ebbi modo di raccontarvelo, non mancherò in futuro.

 

L’intervista però prende subito una “piega importante” perché affronta un tema che sta drammaticamente permeando la nostra vita e, inevitabilmente, quella dello sport, del calcio e quindi anche dell’arbitraggio.

 

A Orsato viene chiesto:” come ha vissuto e come sta vivendo questo momento che è il momento del ritorno del Covid e come ha vissuto la prima fase in cui per la prima volta il calcio si è dovuto fermare?”

La risposta in sé contiene una buona dose di speranza e una umanità tipica di chi cerca di vivere al meglio la situazione, con attenzione e senza cercare colpevoli, piuttosto aiutare a trovare soluzioni.

“Guardi, devo essere sincero, l'ho vissuto come lo stiamo vivendo tutti nella nostra comunità, nel nostro paese. È stato un impatto veramente tremendo all’inizio, [sono stati] i mesi più duri che tutti abbiamo avuto. Bene o male tutte le famiglie hanno perso familiari, amici e parenti, è stato un periodo molto duro. Adesso mi auguro che questo ritorno del virus non sia così tremendo come i mesi passati e la speranza è ovviamente di uscire presto da questo tunnel […]. Credo che psicologicamente […] ci ha cambiato, spero che poi quando torneremo alla vita normale, se si potrà dire così, ci ricorderemo e non ci dimenticheremo così in fretta cosa abbiamo vissuto in questi mesi, perché nella vita di tutti i giorni ci condiziona nel fare tutto e nella vita sportiva è ancora più tremendo”.

Quando Daniele ha pronunciato queste parole mi sono venute in mente due cose: la prima che anche lo sport che arbitro io, il Powerchair hockey, è fermo e l’entusiasmo per essere riuscito ad arbitrare le prime due gare di campionato prima del nuovo stop, ha lasciato spazio ad una sospensione del respiro e un misto di rassegnazione e speranza molto particolare. In seconda battuta mi sono venute in mente le parole di tanti arbitri anche a livelli nazionali che hanno timori a continuare ad arbitrare, perché non si trovano nella massima serie, e “un po’ più giù” c’è più preoccupazione di, come vedremo, ai “piani alti”.

 

La domanda successiva chiede un dettaglio ancora maggiore dell’esperienza vissuta: “come è stato lo stop della scorsa primavera quando, anche un arbitro che è abituato quasi tutte le settimane a preparare la valigia e partire a dirigere le partite, si è trovato improvvisamente bloccato?” 

La risposta riporta un punto di vista particolare sul ruolo del calcio, sport tanto amato ma anche tanto osteggiato, che divide soprattutto in questo periodo di mancanza di normalità.

“All'inizio sembrava come il solito stop estivo, quando finiscono i campionati e ti fermi per quelle settimane che poi ti serviranno per preparare [la stagione successiva], per ripartire. Poi col passare dei giorni ti rendi conto che è successo qualcosa di non normale, è successo qualcosa che non ti permette di vivere con normalità la tua esperienza, io la chiamo esperienza arbitrare non carriera. E tornare sui terreni di gioco quasi immediatamente, perché abbiamo ripreso il campionato scorso, e andare ad arbitrare le partite senza il pubblico. No… non è il calcio. Il calcio va avanti perché è giusto che vada avanti, perché è speranza. Molti miei amici non hanno visto l'ora che riprendessero le partite in tv perché la speranza, in quei momenti della partita [è che] dimentichi quelle cose, le amarezze che hai durante il giorno. La partita ti porta via quell'ora e mezza, dove ti svaghi. Però stare in campo sia per i giocatori che per gli arbitri senza il pubblico è tutto un altro sport.”

Personalmente ricordo, nel mio piccolo, le due partite arbitrate qualche settimana fa. Il Powerchair Hockey che arbitro è uno sport molto particolare, il calore delle persone che nel palazzetto seguono i ragazzi e le ragazze che giocano è tangibile, talvolta ci sono molte persone al seguito della squadra. Il Covid ha messo in stand-by anche questa emozione, questo momento di passione comune, e anche noi arbitri ne risentiamo…

 

L’intervistatore incalza poi con una sorta di provocazione che fa continuare Daniele in una argomentazione che svela una sorta di mission dello sport: “Ecco vuol dire che è quasi meglio non farle quelle partite…”

“No, non farle no. Perché, come dicevo prima, è giusto farle per le persone, per la gente. Io, anche la settimana scorsa, ero in una partita e con i giocatori dicevamo: dobbiamo cercare di dare il massimo, di impegnarci, comportarci bene, perché adesso si sentono tutte le voci in campo, i dialoghi tra noi e i calciatori, i dirigenti, gli allenatori e dobbiamo cercare di avere un comportamento [corretto] e di dare il massimo impegno per far divertire per quell'ora e mezza di campo le persone che sono davanti la TV e non aspettano altro che la partita”

E ancora: “…è veramente tutto diverso. È triste. Però l'ideale che abbiamo sul terreno di gioco è che dobbiamo noi dare speranza agli altri. Secondo me il calcio, continuando a giocare, lasciando stare tutti gli aspetti che sono di contorno, economici e altre cose che poi non mi interessano, dico solo che è un bel messaggio di speranza, cioè continuare a fare lo spettacolo, perché una partita di calcio è uno spettacolo”. 

 

Poi l’intervista cerca di far comprendere come è vivere il Covid a certi livelli. Io personalmente ho avuto feedback dai ragazzi che hanno continuato la loro esperienza di arbitraggio, e il timore sussiste, come detto in precedenza. Infatti gli standard di sicurezza, più si scende verso la base, per forza di cose non possono essere così alti come in serie A…

 

“C'è la paura Orsato in campo?”, “la paura di sfiorare un giocatore e ti arriva la gocciolina… non ci si pensa?”

“No, assolutamente. Guardi c'è il protocollo che prevede che i giocatori con l'arbitro devono stare una certa distanza per le proteste o per discussioni. In campo poi quando l'arbitro fischia l'inizio della partita è una partita di calcio, i giocatori fanno quello che riesce loro più naturale, non si può pensare che si possa avere il pensiero alla gocciolina o sfiorare il calciatore o che non ci siano contatti. Il gioco del calcio è fatto di contatti, di contrasti, di falli, l'arbitro deve fischiare, l'arbitro deve avere rapporto coi calciatori, l'arbitro deve fare il suo. Paura non ce n'è. Le posso assicurare che proverei dispiacere nel caso in cui dovessi essere positivo per quello che ne consegue, cioè la mia squadra, gli assistenti che sono con me, il quarto uomo, dovremmo andare in isolamento. In Tutte queste cose non c'è paura, però le posso assicurare che c'è il dispiacere che poi succeda e che si debba stare fermi. Sperando che il virus non ti colpisca in maniera seria da doverti costringere al ricovero ospedaliero, ma le posso assicurare che paura no, no assolutamente.”

 

L’intervista continua con qualche riflessione che sfiora l’argomento “calcio dilettantistico”. Argomento estremamente delicato che a me, ex dirigente di una squadra di calcio, lascia molta amarezza e un profondo senso di impotenza, pur nella piena consapevolezza che il pericolo deve essere limitato e io non ho mezzi sufficienti per saper prendere le dovute decisioni o saperle giudicare a pieno.

 

“Possiamo dire che [il calcio degli alti livelli n.d.r.] comunque è privilegiato rispetto agli altri e gli sport dilettantistici?”

Più che privilegiato diciamo che il calcio è lo sport più controllato, perché i calciatori fanno, come anch'io, tamponi ogni due, tre, quattro giorni. Vero, come ha detto lei prima, che poi è vero che oggi sono positivo domani può succedere che sono negativo o il contrario, però diciamo non privilegiato ma è lo sport più controllato. Più che altrove calciatori, dirigenti e tutte le persone ammesse nel terreno di gioco sono controllate a livello professionistico. A livello dilettantistico concordo sullo stop per evitare [il peggio] perché ad oggi la priorità deve essere che le persone vadano al lavoro e i ragazzi vadano a scuola. La scuola davanti a tutto. Salute, scuola e poi il resto assolutamente.

Vediamo un Orsato diverso quindi, di quello che siamo abituati a vedere in campo, perché al di fuori assume una connotazione a tutto tondo, e nell’intervista pian piano svela la persona che, chi è abituato a vederlo al di fuori dei riflettori, magari a cena o in un dopo cena, conosce bene.

 

“A lei, Orsato, cosa preoccupa di più di questa emergenza, di questo stato: l'aspetto sanitario o l'aspetto economico” 

“L’aspetto sanitario in primis, perché è giusto che sia. Se l'aspetto sanitario dovesse migliorare, è ovvio che poi migliorano a cascata tutte le altre cose. È ovvio che c’è da considerare l'aspetto economico, c'è da considerare l'aspetto che se le aziende chiudono perché l'aspetto sanitario lo prevede per i contagi, è ovvio che le persone cominciano a rimanere a casa dal lavoro. Bisogna vedere come verranno sviluppate le casse integrazioni e molte persone rimarranno a casa dal lavoro oppure lo perderanno e qui si deve pensarci, ci sono le famiglie, c’è da dar da mangiare ai nostri figli, questo è preoccupante, questa è la priorità assoluta.”

 

Esce poi la parte pragmatica del lavoratore, dell’“uomo di montagna” che costituisce l’ossatura di Daniele. Poche parole, tanto lavoro, e obiettivi precisi.

 

“Secondo lei il governo ha gestito bene questa emergenza oppure si poteva fare di più”

“Guardi, in primis non sta a me giudicare cosa è stato fatto di giusto o di sbagliato, posso fare una considerazione: chiunque si fosse trovato a gestire questa situazione avrebbe avuto le [stesse] difficoltà. Per cui io credo che oggi più che criticare quello che è stato fatto, credo che tutti quanti dovremmo comportarci [bene] e cercare di uscirne tutti insieme, perché se cominciamo a tirare da una parte e dall'altra non portiamo da nessuna parte e i risultati non arrivano. Quindi Io credo che sia più giusto andare tutti verso la stessa direzione e sperare che la situazione migliori.”

 

“Secondo lei perché ci siamo ricaduti dentro, perché siamo stati imprudenti, perché abbiamo sottovalutato [il fatto] che effettivamente il Covid potesse ritornare?“

“Magari adesso abbiamo avuto un ritorno probabilmente anche perché ci siamo rilassati. Magari anch'io mi prendo in primis, magari ci siamo rilassati e abbiamo detto “beh è passato”. Ci siamo fatti rassicurare da esperti e cose varie, quindi lo abbiamo un po' sottovalutato e credo che adesso [serva] un ritorno ad essere più maniaci nelle precauzioni da prendere: mascherine, lavare le mani, le distanze e così via; e sia opportuno seguire le istruzioni che ci danno i più esperti per poter uscire definitivamente, speriamo presto, da questo percorso un po’ tortuoso.

 

Gli argomenti poi mutano, ci si sposta più sull’Orsato arbitro e l’Orsato uomo, e qui esce ancora meglio quella parte umana propria di tutti i ragazzi che scendono sui campi di calcio dentro una divisa, parte di cui troppo spesso ci si dimentica.

 

“Questo suo invito a essere rigorosi in questo momento mi consente di riagganciarmi anche al principale motivo di questa intervista quindi al racconto un po' di Daniele Orsato arbitro.” “Volevo chiedere innanzitutto se il rigore che un arbitro ha in campo con i suoi comportamenti, i regolamenti, eccetera, poi è anche il rigore che ha nella quotidianità, nella vita”.

“Diciamo che io non sono come mi si vede in campo, molti miei amici e soprattutto la mia famiglia, mi dicono che in campo sono sempre serio, sono a volte troppo burbero. Nella vita di tutti i giorni non sono così. È ovvio che il ruolo mi porta ad essere rigoroso in campo. L'arbitro deve essere l'uomo nel mezzo quindi deve trattare tutti alla stessa maniera, deve essere educato con tutti, deve essere serio e duro, duro nel senso di imporre il proprio carattere quando serve. Nella vita di tutti i giorni no, non è così. Io ho un altro tipo di carattere, sono lo stesso burbero ma sono più aperto, un po' più tranquillo, diciamo, che sul terreno di gioco.”

 

L’intervista poi continua, e riprende da Daniele e il suo essere partito davvero dal niente, ma quella è un’altra storia che vi racconto le prossime settimane, quando scopriremo le emozioni dell’Orsato uomo e dell’arbitro che non era nato per fare l’arbitro…

Massimo Dotto

Informatico e Osservatore Arbitrale di calcio a 11 a livelli nazionali fino al 2014, per passione da molti anni si dedica al difficile compito di diffondere la conoscenza sul Regolamento del Calcio, in particolare su Facebook. Il Gruppo di cui è co-admin riunisce migliaia di appassionati fornendo materiale unico ed utile per l'analisi delle più disparate casistiche arbitrali ed il mondo dell'arbitraggio.

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