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La Champions League, Agnolin, Rosetti e le emozioni di Daniele
Pubblicato da      18/11/2020 10:25:00    0 Commenti
La Champions League, Agnolin, Rosetti e le emozioni di Daniele

Oggi affrontiamo una parte intensa, che ci permette di vivere alcune delle emozioni che Orsato ha provato quando è stato designato per la finale di Champions League e ha raggiunto il numero di gare di serie A arbitrate da un certo Gigi Agnolin...

 

Nelle due settimane precedenti nell'articolo “Daniele Orsato, il Covid e la ricerca della normalità”, che trovate a questo link, e nell’articolo “Orsato: l’arbitro che non era nato per fare l’arbitro”, che trovate a questo link abbiamo esplorato le idee, impressioni, emozioni di Daniele Orsato, che qualche giorno fa ha rilasciato una intervista a Domenico Basso di TVA Vicenza.

Abbiamo approfondito il suo pensiero per quanto riguarda la lotta al Covid, abbiamo capito che il sogno di Daniele da piccolo non era certo fare l’arbitro e capito la sua posizione su diversi argomenti. Oggi proseguiamo con quell’intervista…

 

L’intervistatore cerca in questa parte dell’intervista di capire un po’ meglio la figura dell’arbitro e passa dalle domande concernenti la parte cognitiva, alla sfera emozionale.

 

“Lei ha detto: - l'arbitraggio deve essere un hobby e non una ragione di vita, bisogna riconoscere chi è più bravo di noi - Lei ne vede molti più bravi di lei?”

 

“Sì. In questi anni ho avuto la fortuna di fare esperienze da quarto uomo o da addizionale a grandi arbitri. Parliamo di Rosetti, parliamo di Rizzoli. Con Rizzoli ho fatto gli Europei del 2016 dove mi si è aperto un mondo, vedendolo come si muoveva sul terreno di gioco, come si rapportava con i calciatori. Ecco se c'è un aspetto dove ho migliorato nel rapporto con i calciatori è stato proprio in quell’europeo, perché ho visto certi tipi di parole dette da Nicola Rizzoli, che io usavo lo stesso ma dette in due maniere diverse, e avevano un effetto completamente differente. E ho imparato qualcosina nell’espressione in campo con i calciatori. E poi grandi arbitri come Gianluca Rocchi, Morganti.

Però come ha detto prima lei i miei figli guardano Messi, Ronaldo, guardano questi calciatori. Io guardavo Gigi Agnolin, per me Agnolin era un’icona. Io qualche mese fa, mi creda, quando ho raggiunto le stesse presenze in Serie A di Gigi Agnolin, che per me è stato il mio mito, l'ho avuto anche come presidente degli arbitri nel 2006. Ecco, io in quella partita Iì ero molto emozionato, mi creda. Sono andato in campo con un’emozione incredibile, con questi 226 partite che mi continuavano a passare davanti agli occhi. Forse una delle partite dove ho vissuto di più l'emozione... è stata incredibile, mi creda.

 

“È vero che Daniele Orsato è permaloso e questo suo essere permaloso a volte l'ha portato anche in campo”

 

“Io più che permaloso… magari nella vita di tutti i giorni non tanto, ma in campo a volte sì, a volte magari sono permaloso perché di fronte a una decisione così chiara ed evidente, che sono convinto di aver fatto giusto… Prendiamo una decisione mia giusta, tra le poche, avere la protesta dei calciatori e io devo dire - ma perché? -. Oppure protestare perché ho sbagliato una rimessa laterale. Ecco, lì mi fa dire ai calciatori - ma perché dobbiamo [discutere] - .

Allora magari sembro permaloso perché non accetto le critiche in campo dei calciatori. Ci sono molti calciatori che in campo mi dicono - guarda che hai sbagliato - - Sì certo - dico - se per te ho sbagliato- mi spiace - . Mi capita spesso e i giocatori poi lì… chiudono. Se tu hai l'umiltà di dire - guarda che ho sbagliato -.

Succede spesso in campo che dici - beh ho sbagliato la rimessa laterale, pazienza -

È ovvio che dopo, un calcio di rigore, non posso dire - va beh ho fischiato e ho sbagliato -. No, devi fischiare perché sei convinto di aver fatto giusto.

Siamo sempre convinti. Quando fischiamo, noi siamo convinti di aver fatto giusto, altrimenti non avrebbe senso fare questo mestiere.

 

“A scuola si dice a volte che quell'insegnante ha preso di punta quell’alunno e quindi interroga sempre lui, vede sempre gli errori che fa lui... con un arbitro può succedere questo?”

 

“Mah magari il calciatore fa questo ragionamento, dice - adesso mi ha preso di punta e adesso non mi fischia più niente a favore - . No, sarebbe ingiusto. Perché non vai a penalizzare il calciatore. Bisogna pensare che se io prendo di punta un calciatore e non gli fischio più, penalizzo la squadra. Questo è sbagliato. Allora, dobbiamo estraniare quello che è il rapporto con il singolo calciatore, cercare di fargli capire: - guarda che questi comportamenti non li accetto -. Non posso non fischiargli più niente perché penalizzo la squadra non un singolo”

 

“Collina, grande arbitro, ha detto che la partita più importante è la prossima, condivide?”

 

“Sì, assolutamente. [...] Quasi me le godo poco io le partite arbitrate.

Quando ho arbitrato la finale di Champions League.... un giorno, due dopo.... ma bisognava mettere la testa già alla prossima.

Questo Covid ha spostato tutti i calendari quindi si giocano partite [in continuazione]. E quindi il giorno dopo la finale di Champions League avevo già una gara per la settimana successiva e non ti puoi soffermare a dire - sono stato [bravo], ho fatto bene la partita precedente -, perché la prossima devi dimostrare di essere stato bravo la precedente. Oppure al contrario se ho arbitrato male una partita, la prossima è quella per andare a dimostrare che è stato un incidente di percorso.

Confermare le proprie qualità, quegli aspetti positivi che avevi mostrato in altre partite”

 

Quest’ultimo è un concetto che ho sentito spesso ripetere da Daniele, specie quando i ragazzi gli chiedono come reagire quando una gara non va in modo particolarmente positivo. Dimostrare che è stato un incidente di percorso e, in caso di positività, non dormire sugli allori, questa è la strada giusta per migliorare sempre.

 

"Gli stadi sono un po' come i teatri: ci sono dei teatri dove un artista si esibisce e tira fuori il meglio di sé stesso. Ovviamente anche gli stadi hanno un grande fascino. Qual è lo stadio che lei sente più importante, in cui dice - qua devo fare veramente un figurone - ?"

 

"In tutti quanti gli stadi devi andare in campo con l'idea di fare bella figura, perché l'arbitro va in campo per far bella figura prima per se stesso. Però ci sono gli stadi che ti impressionano. Se dovessi dire qual è lo stadio che mi ha impressionato maggiormente, le posso dire lo stadio del Celtic di Glasgow. Quando all'inizio della partita, con le luci spente, con i telefonini accesi, le luci, cantano "you will never walk alone" (tutto lo stadio) incitano la squadra anche se perde.

Incitano la squadra per 100 minuti, 95, quello che dura una partita… è meraviglioso.

 

Gli stadi sono tanti, ci sono stadi belli: il Bernabeu di Madrid, l’Anfield Road, altri stadi inglesi che sono tutti quanti tipicamente i più belli, però l'atmosfera che vivono loro [durante] la partita fa arbitrare meglio. L'arbitro ha una carica dentro, che se sei anche un po' stanco, spingi tanto come i calciatori. Ti dà sempre quel qualcosa in più”

 

Si ritorna quindi, prima del gran finale, a temi più “normali” per l’arbitro di Serie A. E si arriva a parlare di tecnologia e di comunicazione…

 

"Ripartiamo dalla moviola in campo: è un utile strumento oppure è una spettacolarizzazione?"

 

"Intanto non è una moviola in campo, mi perdoni se la correggo, perché la Var non è una moviola in campo: è un'assistenza. Beata assistenza agli arbitri, direi io.

È ovvio che deve rimanere comunque la centralità della decisione dell'arbitro. Cioè non è pensabile che un arbitro vada in campo [e dica] - visto che oggi ho la possibilità di usare la Var non prendo più le decisioni e mi chiama sempre l'arbitro del Var a vedere davanti la TV a prendere una decisione - perché allora in una partita un arbitro ci va 10/20 volte, quindi poi lo spettacolo casca.

È ovvio che l'arbitro è consapevole che con una decisione sbagliata, che decide una partita, decide una finale, decide un campionato del mondo, come è successo al campionato del mondo che la Var intervenuta per aiutare l'arbitro, questo è veramente indispensabile.

 

Oggi nel 2020, con tutti gli strumenti che hanno a disposizione le squadre e i giocatori e anche gli arbitri, era necessario. […] È meglio che dopo la partita si parli della partita e non dell'errore dell'arbitro che ha deciso una situazione che va al di là solo dell'aspetto sportivo. Per cui ad oggi benedetta la Var”

 

“La Var che fa molto discutere soprattutto in televisione, lei le segue le trasmissioni sportive di commento?”

 

“Certo le seguo [...] ci sono delle persone preparate che poi commentano, altri che sanno meno. Io non dico che sono impreparati, probabilmente altri sono preparati meno. Quindi io molto spesso seguo i commenti sui giornali, ci sono anche personaggi che conoscono il protocollo, che sanno interpretare, quindi non è TV che non serve a niente.

È ovvio che io credo che devono essere più mirate al concetto di “qual è il grave errore”, qual è l'errore dov'è l'arbitro deve andare, non deve andare davanti allo schermo”.

Più conoscenza di quello che è il protocollo, di quando e come il Var deve intervenire per aiutare l'arbitro” 

 

“Diciamo che per commentare una partita di calcio forse servirebbe più conoscenza tecnica…” 

 

“Servirebbe più conoscenza tecnica, servirebbe approfondire di più le proprie conoscenze, magari qualcuno che commenta in TV pensa di sapere tutto, invece dovrebbe andare ad informarsi. Magari li potremmo aiutare un po' di più anche noi arbitri, spiegando di più qualche situazione che è controversa.

Però io credo che da una parte ci voglia la volontà di voler capire, sapere effettivamente l'errore”

 

“Orsato farebbe il commentatore televisivo, dopo?”

 

“No, non sono portato io. [...] Credo che ci siano persone più predisposte a fare questo, credo però che ci voglia più amor proprio nell’avere la consapevolezza che comunque quello che si va criticare è una persona umana, non è solo un arbitro.

Già l'arbitro quando ha fatto un errore ci sta male di suo e andare ad infierire con commenti che magari anche sono poco gradevoli…

Perché si dice che un arbitro ha sbagliato, gli si può dire che non è capace, però poi arrivare a dare giudizi personali, quello non è giusto. Quello all'arbitro fa star male”

 

“Orsato quanto tempo ha ancora davanti come arbitro?” 

 

“Io credo che il prossimo campionato che andrò ad arbitrare sarà all'ultimo, se avrò la fortuna o l'opportunità di andare ad arbitrare ai campionati europei... dipende ovviamente come andrà la stagione in corso.

Quindi avrò ancora un'altra stagione e a giugno del 2022 per tutti quei tifosi che non mi amano molto dico che finirò, quindi saranno finite le loro pene”

 

“E il futuro di Daniele Orsato quale sarà?”

 

“Non lo so. Come diceva prima lei, le parole di Collina sono adatte. Io devo cercare di fare bene la prossima partita, non di guardare troppo in là.

Guardare troppo in là porta a non essere concentrati e focalizzati sul primo obiettivo più vicino”

 

A questo punto si torna verso l’Orsato uomo e la propria vita privata. E con un rapido accenno alle emozioni del bel calcio, si arriva a quelle molto più intense di un arbitro che arriva ad arbitrare la finale di Champions League, e l’emozione più grande, in quel caso, c’è ancora prima di entrare in campo...

 

“I suoi figli cosa dicono? Vanno a scuola, immagino che più di qualcuno abbia detto [qualcosa sul loro papà]” 

 

“Non sono attratti dal mondo dell’arbitraggio. Sono tifosi di squadre di calcio differenti, entrambi seguono le mie partite però diciamo che sono molto più attenti a farmi delle annotazioni sugli errori, che dirmi - bravo - Però se sbaglio, se faccio degli errori...

 

Mi ricordo che mio figlio lo misi sul pulmino della scuola un giorno, ed era piccolino. Mi disse - papà non vai a fare la partita questo fine settimana? -. - Eh no, sono a casa con te -. - Hai fatto tanti errori domenica scorsa… -

Quindi aveva già capito che venivo sospeso. Già da piccolo aveva capito com'era la vita dura di noi arbitri.”

 

“Ovviamente un arbitro quando arbitra a certi livelli, serie A e Champions League, campionati di questo livello è ovviamente concentrato. Ovviamente deve essere concentrato anche se va a fare una partita di un livello più basso. Però un arbitro riesce ad apprezzare, a vedere il gioco di una squadra? O è concentrato semplicemente sui tackle, sugli scontri?”

 

“Il focus deve essere quello di andare a controllare dove c'è il pallone. Gli occhi dell'arbitro devono essere sempre dov'è il pallone, perché se succede qualcosa, succede dov'è il pallone.

È ovvio che comunque non è che viviamo dentro una campana di vetro e non guardiamo al di fuori del nostro campo visivo.

Sì, abbiamo la possibilità di apprezzare quelle che sono le tattiche ed effettivamente il gioco di una squadra. E le posso assicurare che si diverte di più un arbitro a vedere una squadra che gioca bene, entrambe magari. In una partita in cui le squadre giocano entrambe bene, l’arbitro si diverte, si diverte a fischiare, la partita è divertente.

È ovvio che in una partita invece spigolosa, piena di falli, l'arbitro si diverte meno a fischiare. Che sia ben chiaro: l'arbitro, meno falli fischia, più è contento. Più c’è gioco, più ci sono gol, più l’arbitro è contento.”

 

Arriviamo infine ad una delle parti più particolari di questa lunga intervista. Una parte che ci svela qualcosa di intimo, di “vero”, che fa parte del Daniele Orsato uomo, e che fa parte dell’essere arbitro, dell’emozione che si prova dando sfogo alla propria passione potendo indossare una divisa arbitrale e vivendo dei momenti unici.

 

“Arbitrare la Champions significa toccare il cielo con un dito. Più su, cosa c'è?”

 

“Io, quando ho ricevuto la designazione della finale di Champions League ero in casa. [Prima] ero al campo d'allenamento [...] ero andato a fare allenamento, era la domenica precedente alla finale. Tornando a casa mi arriva una videochiamata di Roberto Rosetti che è il designatore della UEFA e io ero ancora sudato dall’allenamento e mi dice - Come stai? Sei pronto? La vuoi fare una partita ancora? - E lì non c'erano ancora partite, una ce n’era da fare…

 

Mi sono seduto sul letto di casa mia e mi sono emozionato. Ho pianto.

 

Mio figlio grande (mi emoziono ancora adesso a raccontarlo) in quel momento apre la porta di casa con il cagnolino. Apre la porta di casa e dalla porta di casa riesce a vedere direttamente in camera mia, mi vede con le lacrime e la sua espressione è stata: - No! Papà ti danno la finale di Champions League! Non gli avevo detto niente… lì ci siamo abbracciati e ci siamo emozionati e ho pianto.

Perché è LA partita.

Da quel giorno che dissi a mio fratello - io in sedici anni arriverò in Serie A,- ... e arrivare alla fine ad arbitrare la finale Champions League è qualcosa di unico, indimenticabile.

 

Se mi chiedesse - ma qual è l'episodio che ricordi più della finale? -È questo qua della designazione.

La designazione è stato qualcosa che non dimenticherò mai per tutta la mia [...] il massimo è arrivato!

 

Massimo Dotto

Informatico e Osservatore Arbitrale di calcio a 11 a livelli nazionali fino al 2014, per passione da molti anni si dedica al difficile compito di diffondere la conoscenza sul Regolamento del Calcio, in particolare su Facebook. Il Gruppo di cui è co-admin riunisce migliaia di appassionati fornendo materiale unico ed utile per l'analisi delle più disparate casistiche arbitrali ed il mondo dell'arbitraggio.

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