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Maradona, l’arte dello sport e la banalizzazione di una vita di eccessi
Pubblicato da      27/11/2020 13:24:00    0 Commenti
Maradona, l’arte dello sport e la banalizzazione di una vita di eccessi

Caravaggio, nel 1608, completò una delle sue opere più belle, “La decollazione di San Giovanni Battista”: un gigantesco dipinto in olio su tela che occupa un’intera parete dell’oratorio di San Giovanni Battista a La Valletta, odierna capitale di Malta.
Molti non conoscono nemmeno Caravaggio ma, per chi ha potuto (o voluto) approfondire la vita del pittore, è noto che l’opera è stata realizzata in un periodo nel quale l’artista era in fuga.
In fuga da se stesso?
In fuga dal suo passato?
No, era in fuga dalla giustizia.
Un paio d’anni prima, infatti, Caravaggio venne ferito nel corso di una partita di pallacorda (uno sport che ricorda vagamente il tennis) per poi uccidere, nella medesima occasione, un rivale in amore. Venne condannato alla decapitazione e chiunque avrebbe potuto eseguire la sentenza, bastava essere certi dell’identità.
Oggi, guardando la “Cena di Emmaus” conservata alla Pinacoteca di Brera, qualcuno si sofferma sulla vita di Caravaggio oppure si limita ad ammirare la bellezza del dipinto?

Certo, è un paragone molto estremo ma è un po’ ciò che stiamo osservando in questi giorni successivi alla morte di Diego Armando Maradona, il più grande calciatore che personalmente abbia mai visto su un terreno di gioco.
Naturalmente mi guardo bene dal confrontare calciatori che ho ammirato personalmente con altri che ho visto solo in immagini di repertorio (Pelé su tutti): non ho la competenza e nemmeno la voglia di perdere tempo in esercizi che ritengo inutili.
Resta il fatto che non ho mai visto, da quel giorno in mezzo al gigantesco caos dello stadio Sinigaglia, 3 maggio 1987, un giocatore che mi incantasse a tal punto da seguire solo lui, anche nei (tanti) momenti nei quali si prendeva periodi di riposo, lasciando la fatica del gioco ai compagni di squadra. Perché si sapeva che sarebbe bastato un lampo per regalare agli spettatori qualche prodezza da consegnare agli archivi della storia dello sport.
Non del calcio, dello sport.

Maradona non è stato un uomo eccezionale.
Chi lo racconta oggi lo descrive come un personaggio buono, forse troppo generoso a tal punto da essere sfruttato da approfittatori che non lo hanno amato ma spolpato sia economicamente che umanamente.
Ma nemmeno di ciò mi interessa particolarmente.

Abbiamo amato personaggi che hanno lasciato al mondo ricordi indelebili: la musica di Elvis Presley, morto 42enne per abusi di droghe, medicinali ed alcool; il cinema di Marylin Monroe, deceduta a 36 anni in circostanze ancor oggi misteriose ma ufficialmente come conseguenza della dipendenza da alcool e psicofarmaci; l’arte di Van Gogh, probabilmente bipolare e certamente alcolizzato. Potremmo andare avanti per ore elencando grandi personaggi del passato con vizi discutibili ma che, ancora oggi ed a distanza di decenni (o secoli, come nel caso dei pittori citati), ammiriamo, ascoltiamo, guardiamo.

Il calcio è “arte” inferiore a pittura, cinema e musica?
Può essere.
Sicuramente preferisco la letteratura al calcio ma ciò non significa che il calcio (o lo sport in generale) non sia esso stesso una forma di arte.
Perché poi la riflessione nasce da una semplice domanda: che cos’è l’arte?
Ognuno può rispondere in modo diverso ma la definizione migliore, a mio parere, è in quel che disse il critico Thomas McEvilley al New York Times: “qualsiasi cosa può essere arte”.
Perché, se ci pensiamo, è proprio così: l’arte si esprime in qualsiasi opera che possa riprodurre le qualità espressive o capacità inventive di una singola persona.
L’arte è quasi sempre espressione di un talento naturale: alcuni scoprono i propri, altri li conoscono ma non riescono ad esprimerli, altri ancora sono costretti ad ammirare quelli altrui.

Maradona, a modo suo, è stato sul terreno di gioco l’espressione massima del talento applicato allo sport.
Probabilmente, a causa dei suoi vizi autodistruttivi e degli eccessi di una vita sregolata, non ha mai offerto il massimo o forse lo ha offerto a sprazzi, come durante quel magnifico mondiale in Messico che vinse quasi da solo o, al limite, con la collaborazione di altri dieci buoni calciatori che, senza di lui, si sarebbero fermati al girone eliminatorio o agli ottavi.

Mercoledì Maradona si è spento definitivamente nella sua casa, nei sobborghi eleganti di Buenos Aires, dopo aver rischiato di morire più volte in passato, a causa di abusi da alcool e droga.

Non so se qualcuno avrebbe potuto salvarlo o se qualcuno abbia accentuato la caduta nel baratro dell’incontrollabile desiderio inconscio di distruggersi: non ci interessa, perché la sua vita è finita.

No, non credo proprio che possa essere un esempio per i miei figli (se mai ne avrò).
Ieri, però, mio nipote di otto anni mi ha chiesto al telefono: “zio, chi era Maradona?”.
Non gli ho risposto “era un drogato, un fedifrago, un uomo che a volte si accompagnava con persone della malavita”.
No, gli ho risposto “è stato il più grande calciatore che abbia mai visto su un terreno di gioco”.

Ciò non significa che la parte oscura della vita di un uomo debba essere nascosta sotto il tappeto per consentire l’esaltazione della parte positiva di quel che ci ha lasciato.
Tutt’altro.
La parte oscura della vita è un insegnamento per chi vorrà approfondirla.
Nessuno esalta le risse, il carattere iracondo di Caravaggio e certo non giustifica in base a ciò l’omicidio di Tommasoni in quella partita di pallacorda, semplicemente quell’aspetto è parte della figura controversa di un artista meraviglioso. Si ammirano le opere, si conosce il resto.
Ma certamente “il resto” non rende “brutto” quel che ci ha lasciato, nei musei o su una parete di Malta.

Maradona è stato un artista?
Per me no, per me è stato “solo” il più grande giocatore che abbia mai visto da una tribuna ma, proprio perché “qualsiasi cosa può essere arte” nell’interpretazione del singolo, per molti è stato la sublimazione dello sport, così come lo sono stati Michael Jordan nel basket, Alberto Tomba nello sci, Magdalena Neuner oppure Ole Bjorndalen nel biathlon, Usain Bolt nell’atletica o chi volete voi.

Ridurre l’impatto nel mondo dello sport di Maradona per le sue debolezze è un’operazione che non esito a definire “squallida”: quel che ha lasciato nelle immagini di repertorio non deve essere scalfito minimamente da quel che ha “combinato” fuori dal campo. Tutto ciò che appartiene al “fuori dal campo” è stato, è e sarà oggetto di riflessione separata, magari anche per prendere esempio di ciò che non bisogna imitare per passare gli ultimi anni di una vita spezzata troppo presto tra medicine, ospedali, ricoveri, operazioni per rimettere insieme un corpo devastato da eccessi non giustificabili.
Ecco, se proprio vogliamo considerare il Maradona uomo, anche in quell’ambito abbiamo un modello: un modello di come un essere umano non deve trattare il proprio corpo, per evitare di trovarsi a morire a soli sessant’anni con un fisico devastato da vizi che, prima o poi, il conto lo presentano sempre.

Maradona era un Dio?
No, è un’affermazione anche latamente blasfema per un credente. Non sono un credente e, pertanto, questa affermazione mi lascia sostanzialmente indifferente ma questa retorica è parte della narrazione di parte, di quell’arte che ognuno può interpretare come meglio crede.
Maradona giocava divinamente: ecco, questa è un’accezione di cui mi approprio perché chi ha avuto la fortuna di vederlo ha sempre avuto questa impressione, che potesse accadere sempre qualcosa di inatteso per la capacità di inventare dal nulla un pericolo per gli avversari. Un po’ come accade oggi davanti alla televisione, se il pallone è nelle vicinanze di Messi o Ronaldo o Mbappé o Salah o Lewandowski.

Tra molti anni si parlerà ancora di Maradona.
Si parlerà ancora dei figli riconosciuti dopo anni di battaglie legali, della cocaina, delle foto con i boss della camorra nelle nottate napoletane, dell’evasione fiscale, delle guerre verbali con la FIFA, del doping ai Mondiali degli Stati Uniti, della fuga dall’Italia dopo la partita col Bari.
Saranno narrazioni sulla vita di un uomo controverso, forse anche molto meno felice e sicuro di sé rispetto a quel che voleva mostrare.

Certamente, però, rimarranno negli occhi le gesta di uno sportivo grazie al quale il popolo argentino e quello napoletano hanno potuto sognare, spesso allontanarsi per un paio d’ore dalle difficoltà del giornaliero, sorridere di fronte ad un giovanotto con la maglia numero dieci sulle spalle che portava la gioia di una vittoria.

E così ricorderemo lo slalom di settanta metri tra le maglie inglesi, la parabola impossibile contro la Juventus, il gol di testa da 30 metri al Milan, la rete al Verona da posizione impossibile, il primo ed il secondo scudetto del Napoli, la Coppa UEFA alzata nel cielo di Stoccarda, la Coppa del Mondo sollevata tra centomila tifosi allo stadio Azteca di Città del Messico, un mondiale che l’Argentina, senza Maradona, non avrebbe mai vinto.

Ciao Maradona.
Adesso, forse, potrai riposare veramente in pace.

 

Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog (www.lucamarelli.it) è nato come un passatempo e sta diventando un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati.

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