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Di cosa ha bisogno l’AIA?
Pubblicato da      08/01/2021 12:37:00    0 Commenti
Di cosa ha bisogno l’AIA?

Per una volta l’argomento dell’approfondimento di oggi non sarà incentrato su tecnica e regolamento ma sul prossimo appuntamento dell’associazione con l’elezione del presidente che rimarrà in carica fino al 2024.

Premessa d’obbligo: non troverete un’investitura per l’uno o per l’altro candidato (anche perché, ufficialmente, non c’è ancora alcun candidato dato che nemmeno Nicchi ha ufficializzato di voler competere per la conferma della carica).

Il punto focale su cui soffermarsi è certamente la comunicazione.
Sono entrato nell’AIA nell’ormai lontano 1994, a 22 anni compiuti già da parecchio.
Non sapevo nulla dell’associazione, mi ero avvicinato alla sezione per caso: impegnato in un torneo estivo del CSI di Como, venni interpellato da un dirigente della sezione che mi propose di tentare l’avventura con loro, sebbene l’età mi precludesse, perlomeno sulla carta, qualsiasi ipotesi di poter scalare le categorie.
In realtà ho ascoltato questi concetti senza avere la minima idea di quel che stavo sentendo: non sapevo nulla di categorie, osservatori, OTP, CRA, Scambi e via discorrendo.
Era un periodo particolare: l’università mi occupava quasi totalmente, al CSI venivo utilizzato solo per categorie giovanili perché, secondo il designatore, non avevo le qualità per poter dirigere le partite a undici, la tentazione di provare un’altra strada era forte.
Alla fine quel dirigente mi convinse e, qualche mese dopo, mi presentai alla porta della sezione per chiedere informazioni sul trasferimento. 

Una nota personale per arrivare al presente: allora non esistevano i social, i cellulari erano ancora degli oggetti che pesavano una tonnellata e con costi talmente elevati da essere accessibili solo ad un ristretto numero di persone, era abbastanza normale che un “giovane” conoscesse poco della struttura di un’Associazione di cui non aveva mai sentito nulla.

Oggi la situazione, per quanto possa apparire inverosimile, è la medesima.
Gli appassionati di calcio, bene o male, conoscono i nomi degli arbitri di serie A (già diventa complesso trovare qualcuno che ricordi i neopromossi in CAN A/B, quelli che, per intenderci, non hanno ancora avuto nemmeno una presenza nella massima serie) ma se provate a chiedere ad un conoscente qualsiasi cosa sia, come sia strutturata e come funzioni l’AIA, non sarà in grado di dirvelo.
E’ un mistero per tutti la procedura di reclutamento degli arbitri, così come il funzionamento dei passaggi di categoria, le medie voto sulla base delle quali sono decisi avvicendamenti e conferme, le strutture organizzative centrali e regionali, il metodo di scelta dei direttori di gara dalla Serie A ai giovanissimi provinciali.

Il motivo per cui l’AIA si trova in questa situazione è dovuta principalmente alla comunicazione inesistente.
E’ vero, spesso sentiamo interventi del presidente dell’AIA in radio o in televisione ma in tutte queste occasioni la libertà di esposizione di concetti conoscitivi è praticamente nulla. Non si spiega il regolamento, non c’è spazio per la conoscenza dell’associazione, non si trova il modo di trasmettere ai giovani che cosa dovrebbe spingerli ad intraprendere una “carriera” che nasconde immense soddisfazioni, un percorso di crescita personale e la possibilità di trarre benefici per la propria vita fuori dal campo.
Tutti questi elementi non sono luoghi comuni: sono la mia personale esperienza.
Certo, ci sono anche momenti di difficoltà, periodi cupi (per motivazioni varie: scarsa concentrazione, infortuni, gare negative, problemi tecnici): nulla, comunque, che non sia parte dell’esistenza di ognuno di noi, tutti passano dei momenti complessi. 

Tornando alla comunicazione, l’AIA ha commesso un errore gigantesco: rimanere ancorata a modelli di autoreferenzialità che potevano anche andar bene nel 1980 ma che, nell’era della discussione globale, ha portato al risultato di non essere credibile.
Perché ciò è avvenuto?
La questione non è per nulla semplice ma si può schematizzare in questi termini: l’AIA non ha mai iniziato a comunicare, le persone che si occupano di calcio hanno continuato a comunicare sull’AIA per decenni senza un contraddittore credibile.
E attenzione: contraddittore non significa “qualcuno che contestasse le affermazioni altrui” ma, più banalmente, “qualcuno che potesse replicare alle affermazioni”.
In questo ambiente monodirezionale hanno avuto facile diffusione anche le invenzioni regolamentari.
Il regolamento, come affermato in mille circostanze, è un testo semplice (altrimenti non si spiegherebbe la diffusione planetaria del gioco) ma maledettamente complesso. E’ complesso (in alcuni passaggi) per gli arbitri, potete facilmente immaginare quanto possa divenire complicato per chi non l’abbia mai aperto.
Ci sono delle eccezioni (senza fare nomi ma vi posso assicurare che passo ore al telefono con alcuni telecronisti che, per migliorare i propri contenuti, chiedono delucidazioni) ma, in generale, radio e televisioni sono strapiene di persone che non hanno mai letto una riga del regolamento.
La conseguenza è che, come capita spesso, si tende a banalizzare concetti complessi in dizioni che non hanno alcun senso ma che diventano quasi “virali”, proprio in funzione della diffusione capillare dell’informazione anche attraverso i canali social.
Negli anni, per esempio, abbiamo letto ed ascoltato in migliaia di occasioni l’inesistente concetto di “danno procurato”, banalizzazione del concetto di “punibilità o non punibilità di un contatto”; abbiamo dovuto sorbirci la questione della “disponibilità del pallone”, una semplificazione del complesso concetto di “possesso del pallone” o “infrazione commessa a pallone lontano”; negli ultimi mesi ha cominciato a diventare insopportabile la ripetizione come un tormentone del “piede a martello”, altra dizione totalmente inventata per evitare la comprensione della differenza tra imprudenza e vigoria sproporzionata.
Poche persone dotate di buona volontà, tra cui chi vi scrive ed il valente Max Dotto, tenta ogni giorno (o, perlomeno, sulla base del tempo libero) di evitare che false informazioni come queste vengano diffuse (e, tutto sommato, con qualche apprezzabile risultato: a parte pochi pasdaran qui e là, l’inesistente “danno procurato” è scomparso dalle cronache e dai quotidiani) ma è praticamente impossibile che una voce singola possa sovrastare una folla di urlatori.
Ben differente sarebbe la situazione se l’AIA stessa si impegnasse nella comunicazione: se fosse l’associazione stessa a divulgare informazione attraverso alcune delle decine di piattaforme a disposizione, la questione sarebbe meno “grave”.

Che cosa serve, dunque, all’AIA?
In primo luogo un ufficio stampa.
E’ assolutamente incredibile che, nell’era della comunicazione di massa (iniziata trent’anni fa, non da un paio di settimane…), l’AIA non abbia ancora un panel che sia da tramite tra la dirigenza (intesa come presidenza, designatori, settore tecnico ecc.) e mass media. Il tutto è limitato ad una rivista totalmente inutile, ad un sito autoreferenziale, a pagine social che pubblicano inutili foto di raduni, siano essi in presenza o virtuali.
Praticamente l’attività comunicativa è confinata alla diffusione di foto anonime, visualizzate giusto da qualche curioso, con le quali si annuncia l’assegnazione di un premio, lo svolgimento di un raduno, la celebrazione di una designazione.
Insomma, in sintesi la summa dell’inutilità.
E dire che, con l’attenzione mediatica attorno agli arbitri, l’indotto potrebbe essere gigantesco se solo venissero creati contenuti interessanti.
Esempi?
Contributi pubblici del settore tecnico attraverso i quali si spieghino le dinamiche di campo (esistono ma, per chissà quale motivi, sono secretati più delle inchieste della magistratura), video sulle sezioni (per esempio mostrando scene di vita quotidiana per invogliare i giovanissimi – primi fruitori dei social – a frequentare un ambiente nel quale si incrociano le vite di tanti coetanei, al di là delle partite e delle designazioni).
Siamo arrivati al punto di partenza: usare i social in modo intelligente significa raggiungere quelle fasce di età che consentano all’associazione di tornare a reclutare un numero decente di ragazzi che rappresentano la base su cui lavorare per il futuro.
Non possiamo sottacere, per esempio, che negli anni di presidenza Nicchi gli associati sono calati di oltre il 10%, non esattamente un numero modesto, tanto che “coprire” le gare era diventata un’impresa per quei tanti dirigenti che meritano il plauso di tutti (dato che prestano la propria opera gratuitamente nelle sezioni). 

Naturalmente ci sono mille altre idee che potrebbero essere sviluppate.
Ma, con tutto il rispetto dell’associazione di cui sono e sarò sempre innamorato, sarebbe eccessivo fornire idee ulteriori ad una dirigenza che, negli ultimi 12 anni, ha reso l’immobilismo quasi alla stregua di uno stile di vita.
Forse sarebbe il caso di cambiare “marcia” ma, ovviamente, questa è una scelta che appartiene a presidenti di sezione, dirigenti benemeriti e delegati che, probabilmente, sarebbero agevolati nel caso in cui, con grande senso del dovere, la dirigenza attuale decidesse di farsi finalmente da parte..

Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog (www.lucamarelli.it) è nato come un passatempo e sta diventando un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati.

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