.

.

Santoro di Messina e quel sogno chiamato Serie A
Pubblicato da      05/02/2021 18:49:00    0 Commenti
Santoro di Messina e quel sogno chiamato Serie A

Domenica 7 febbraio rimarrà una data indelebile per un altro arbitro, l’ennesimo che si affaccerà per la prima volta nella massima categoria nazionale.

Alberto Santoro, classe 1989, nato a Messina ed iscritto alla sezione arbitri locale, domenica dirigerà Udinese-Verona, gara tutt’altro che banale per un debutto.
Dalla parte opposta dell’Italia, dalla Sicilia al Friuli, un volo che lo porterà a coronare il sogno di qualsiasi ragazzo che indossa per la prima volta una divisa arbitrale.

Parlare di carriera da predestinato è sempre sbagliato: bastano pochi “inciampi” in un percorso per precludere ogni possibilità di arrivare in cima alla piramide.
Per tal motivo non ho mai definito e mai definirò un arbitro col termine di “predestinato”.

E’ difficile spiegare quali siano le sensazioni che si vivono nei giorni precedenti all’esordio.
La stessa fortuna è capitata a me, nell’ormai lontanissimo 2005.
Dopo sole sette partite di Serie B, Maurizio Mattei mi telefonò in un uggioso pomeriggio di inizio dicembre:
“Sono Maurizio Mattei”
“Ciao capo, che ho combinato?”
“Come stai, figliolo?”
“Bene, grazie. E tu?”
“Non sono affari tuoi. Domenica hai una gara importante, preparati bene”. Tuuu, tuuu, tuuu…

Rimasi a guardare quel vecchio cellulare senza capire esattamente cosa stesse accadendo: Mattei non chiamava mai per avvertire di una designazione.
Sono onesto: dopo quell’assurda comunicazione, cominciai a fantasticare sulla possibilità di essere il primo ad esordire, sebbene fosse veramente un pensiero surreale, dato che era cominciata da poco la mia prima stagione tra Serie A e Serie B.
Due ore dopo circa mi chiamò il segretario della CAN A e mi comunicò la scelta di Mattei: Lazio-Siena, domenica 4 dicembre 2005, ore 15.

Se affermassi di ricordare perfettamente quel che accade dopo, vi racconterei una favola nemmeno troppo divertente: tilt completo. 

Le ore successive sono state un turbinio infinito di emozioni: la chiamata ai due assistenti (Comito di Torino e Ivaldi di Genova, in quegli anni uno dei due assistenti di Collina nelle gare internazionali, il quarto ufficiale Marco Gabriele, attuale dirigente della Lazio), poi mille telefonate di congratulazioni.

Prepararsi per quella gara fu, allo stesso tempo, facile ma complicatissimo: allenamenti col freno tirato (vi immaginate come avrei potuto reagire se avessi sofferto anche solo un minimo risentimento muscolare?), ingresso sul terreno di gioco immaginato mille volte, infinite ore passate a guardare e riguardare videocassette delle due squadre (ai tempi non c’erano i servizi multimediali odierni) per comprendere come approcciare la gara. 

Spesso, in queste circostanze, si afferma di ricordare tutto di quelle giornate.
In realtà ricordo pochissimo.
Ricordo, per esempio, di aver cenato la sera precedente non nel solito ristorante ma a casa di Don Giovanni D’Ercole, per anni vicino al mondo arbitrale. Non è un mistero che sia ateo e lo sapeva anche lui ma, negli anni, avevamo costruito un rapporto di amicizia che poggiava su altro che non fosse la religione. 

Una giornata particolare perché, approfittando della trasferta, mi fu possibile partire la mattina del sabato (sotto una fitta nevicata sull’aeroporto di Milano Linate) per incontrare mia sorella che allora viveva e lavorava a Roma.
Don Giovanni si prestò al ruolo di guida turistica, portandoci in giro per il Vaticano per ore, facendoci anche salire sul tetto di San Pietro (ma non ditelo a nessuno, è un segreto…).

La notte tra sabato e domenica fu una sorta di incubo: mi sarò svegliato una decina di volte, non stavo nella pelle per quel che stava accadendo. La mattina della domenica scesi in sala colazione alle 7, praticamente aiutai gli inservienti a preparare i tavoli. 

E poi il trasferimento da via Vittorio Veneto allo Stadio Olimpico, l’accesso all’impianto dalla porta “riservata ad arbitri ed atleti”, gli spogliatoi in cima alle scale, il sopralluogo davanti a poche centinaia di tifosi che cominciavano a sistemare striscioni e tamburi, i primi insulti di Serie A (quelli, purtroppo, non mancano mai, nemmeno all’esordio), le operazioni di vestizione.
Poi, finalmente, l’uscita dagli spogliatoi.
Era ancora un arbitraggio “spoglio”: non c’era VAR, non c’era GLT (Goal Line Technology), non c’erano nemmeno gli auricolari (sarebbero arrivati 13 mesi dopo, e fui il primo ad utilizzarli in Empoli-Sampdoria). Avevamo giusto le bandierine elettroniche che, per qualche strano motivo, funzionavano ad intermittenza nell’Olimpico di Roma.

L’ingresso in campo fu un turbinio di emozioni indescrivibile: a distanza di tanti anni, mentre scrivo, ho ancora il magone ripensando a quella gioia immaginata viaggiando ovunque in Italia, dal canavese alla Sila, dalla Ciociaria alla Sicilia, passando per tutte le regioni d’Italia (tranne il Molise, per una strana fatalità).

Fortunatamente la partita andò benissimo: zero ammoniti, zero espulsi, un clima di grande serenità in campo.
A fine gara entrò negli spogliatoi Pisacreta, organo tecnico del tempo ed oggi vicepresidente dell’AIA (da 12 anni): “sei stato davvero bravo”. Parole che coronavano nel miglior modo possibile una giornata che ancora oggi conservo gelosamente e che porterò come me per sempre.
Qualche anno dopo, al telefono con lo stesso Pisacreta, mi sentii trattato come l’ultimo degli indesiderati: ma questa è un’altra storia…

Oggi avverto una fortissima invidia.
Come già detto in precedenti occasioni, l’invidia non è sempre un brutto sentimento.
Lo diventa nel momento in cui la stessa è veicolo di cattiveria nei confronti di qualcun altro. L’invidia sociale, l’invidia professionale sono sentimenti distruttivi che possono portare anche al nocumento di chi ne è obiettivo.
L’invidia di cui sto parlando, invece, è un sentimento umanissimo: vorrei essere al posto di Santoro domenica, per provare nuovamente le incredibili emozioni del 4 dicembre 2005.

Sarà tutto diverso rispetto ad allora: mancava la tecnologia odierna, è vero, ma soprattutto non c’era questa maledettissima pandemia che qualcosa toglierà. Un esordio senza pubblico non sarà mai emozionante come un esordio a tribune colme di spettatori.
Purtroppo è un prezzo che stiamo pagando tutti e che, probabilmente, dovremo sopportare ancora per qualche tempo. 

Domenica sarò di fronte al televisore per gustarmi fino in fondo l’esordio di Santoro: la speranza è che questa non sia altro che la prima di una lunga serie di presenze, con la consapevolezza di non aver raggiunto il traguardo ma solo UN traguardo.
Davanti ce ne sono ancora tanti: la prima presenza a San Siro (il totem per ogni arbitro), la decima presenza, il ruolo da internazionale, la centesima presenza e via discorrendo.
Personalmente mi sono fermato molto prima (vedi sopra: è un’altra storia, che non interessa…), spero di poter invidiare Santoro in molte altre circostanze.

In bocca al lupo, Alberto e, come disse qualcuno di più importante: ad maiora!

Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog (www.lucamarelli.it) è nato come un passatempo e sta diventando un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati.

Condividi questo articolo:

Lascia un commento

* Nome:
* E-mail: (Non pubblicato)
   Sito web: (Url sito conhttps://)
* Commento:
0