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La SuperLega: pregi e difetti di un progetto solo rimandato...
Pubblicato da      26/04/2021 16:56:54    0 Commenti
La SuperLega: pregi e difetti di un progetto solo rimandato...

É stata indubbiamente la settimana della SuperLega.
Un progetto faraonico a livello economico/finanziario che, nel giro di due giorni, si è trasformato dalla più grande innovazione sportiva del secolo al flop più rumoroso degli ultimi cinquant’anni.
Le cause di questo flop non le conosciamo pienamente e, probabilmente, dovremo aspettare molto tempo per comprendere quel che è accaduto nelle 48 ore più incredibili del calcio recente.

Queste 48 ore hanno dato spazio ad un altro fenomeno, cioè la consapevolezza che, nell’opinione pubblica, non può esistere una critica sensata (positiva o negativa che sia) ma si deve per forza essere schierati da una parte o dall’altra.
Perciò, in questa vicenda, non ha diritto di cittadinanza l’opinione dubitativa in merito al progetto: o si è totalmente contrari oppure totalmente a favore.
Il che, ovviamente, si traduce in un corollario: chi è a favore è per forza tifoso della Juventus, del Milan o dell’Inter, chi è contrario è per forza tifoso delle altre squadre italiane.

Non che ciò sorprenda: ormai viviamo da anni in questo humus (para)culturale: la discussione non esiste, il ragionamento non ha mai senso, o si insulta chi è favorevole oppure si insulta chi è contrario.

Il tutto avrebbe una sua (sgradevole) logica se quanto espresso lo si notasse solo nei social: ormai sappiamo tutti (perlomeno le persone più consapevoli) che i social sono diventati lo sfogatoio pubblico di molte persone che, nella vita di ogni giorno, urlano la propria frustrazione contro il gatto domestico oppure prendendosela con la moglie.
Una volta scappato il gatto e la moglie (od il marito) rifugiatasi in un’altra stanza, si passa ad insultare il primo che capita sui social.

Ovviamente sto generalizzando: ci sono ottimi interlocutori sui social (pochi, per la verità) ma la stragrande maggioranza (soprattutto coloro che si “propongono” con nickname improponibili) utilizza i social per esprimere la profondità del proprio animo, nella gran parte dei casi pari alla presenza di acqua ristagnante nel deserto del Gobi.

In questa settimana ne abbiamo lette e sentite di tutti i colori, gran parte delle quali una marea di stupidaggini che possiamo definire come “espressioni di pancia” che sovente si tramutano in suoni cacafonici.

La mia fortuna (perché è indubbiamente una fortuna) è quella di poter esprimere in uno spazio tutto personale quel che penso, senza necessità di dover essere interrotto mille volte da interlocutori senza contenuti. E, soprattutto, senza limite di spazio.
Ecco perché approfitto di questa opportunità per sintetizzare cosa penso di questa famosa (e non certo tramontata) SuperLega.

Tornerà?

La vera domanda, in realtà, è “quando tornerà” e non certo “se tornerà”.
La SuperLega, così come annunciata e strutturata, era inaccettabile per mille motivi.
In sintesi posso enunciare quel che non mi piaceva per niente:
- troppe società col diritto inattaccabile di partecipare, senza vincoli di meritocrazia;
- pochi posti per “altri”, con la conseguenza che partecipare diventava un bonus annuale e non l’opportunità di programmare una crescita lineare;
- scorciatoia per non ammettere errori commessi in passato.

Detto ciò, pensare che l’ipotesi di un campionato sovranazionale sia definitivamente tramontata significa non comprendere in quale direzione stia andando il pianeta.
E’ ovvio che, in un mercato sempre più globalizzato, i confini nazionali siano ormai troppo stretti per imprese che fatturano (e spendono) cifre in aumento ogni anno.
Per evitare una crescita limitata (e non sufficiente a coprire costi crescenti e creati da una gestione economico/finanziaria quantomeno discutibile), il respiro internazionale dei grandi club dovrà per forza incontrarsi in campo, assicurando una serie di grandi incontri e di (potenzialmente) enormi platee di pubblico.
Questo risultato non potrà certo essere raggiunto con la nuova formula della Champions’ League che, a mio parere, rappresenta una delle più assurde schifezze immaginabili, con una megaclassifica a 36 squadre risultante da dieci partite giocate più o meno a caso sulla base di un sorteggio per fasce di merito.
Se proprio un merito dobbiamo riconoscere a questa intemerata delle società fondatrici della SuperLega, questo deve essere identificato nell’emersione di un progetto di revisione della Coppa più importante che lascia letteralmente basiti.
Fortunatamente ci sono tre anni per porre rimedio a questo obbrobrio immaginato da non so chi ma che certamente rappresenta la vittoria del profitto (dieci partite a caso per tutti) e l’affossamento della meritocrazia (più che il valore conterà la fortuna di accoppiamenti semplici).

Ovviamente non si può ipotizzare una Lega Europea così profondamente bloccata con 15 squadre inamovibili e solo 5 invitate (senza nemmeno sapere su quali parametri).
Non ipotizzo nemmeno una formula alternativa, non è mia ambizione avere una rilevanza tale da essere preso in considerazione.
Certamente una formula siffatta non poteva che essere respinta al mittente, non solo dalla UEFA e dalla FIFA ma da chiunque (a meno che non ne facesse parte): di fatto avrebbe azzerato i guadagni altrui senza possibilità (o quasi) di partecipare alla “torta” di diritti televisivi e merchandising di una competizione che avrebbe attirato tutti gli sponsor più importanti, lasciando briciole agli altri. O, peggio, solo rovine.

Meritocrazia

Una delle più incredibili sciocchezze ripetute come un mantra negli ultimi giorni è la questione della meritocrazia.
Ci sarebbe da soffermarsi anche su concetti come “romanticismo del calcio” (espressione che, più volte utilizzata da società che muovono miliardi di dollari o da dirigenti con stipendi da due milioni di euro, fa decisamente ridere…) o “calcio del popolo” (come se stessimo parlando di tesserati che guadagnano 1500 euro lordi al mese): preferisco bypassare questi argomenti perché mi sentirei in imbarazzo io stesso di fronte ad un’industria (perché il calcio è un’industria) che muove capitali giganteschi.

La meritocrazia, dicevamo…

Ebbene, avete pensato bene alla questione ricollegandola allo status quo del calcio in generale e del calcio delle Coppe Europee in particolare?
Diamo un’occhiata a questa famosa meritocrazia.
Prendiamo la classifica attuale della serie A (al 24 aprile 2021).
Al momento, in Champions’ League, verrebbero iscritte Inter, Milan, Atalanta e Juventus.
Ora, tutte e quattro le squadre italiane sarebbero iscritte di diritto ai gironi eliminatori, saltando a piè pari tutta la fase preliminare, alla quale partecipano decine e decine di società di tutta Europa.
E per quale motivo?
Semplice: soldi.
Soldi perché avere la certezza di squadre italiane, spagnole, tedesche, inglesi assicura alla UEFA la vendita dei diritti televisivi ad un prezzo superiore a quello che riuscirebbero a spuntare nel caso di una fase eliminatoria “aperta”.
E’ chiaro che gran parte delle squadre di blasone si qualificherebbero ugualmente ma è già successo in passato che squadre italiane (per esempio) siano state eliminate nei preliminari.
E dunque, per la precisione, di cosa stiamo parlando?
Quale meritocrazia c’è nell’essere ammessi di diritto ad una fase successiva?
Per non parlare della nuova Champions’ League che, proprio nel suo regolamento, prevede la possibilità di quattro wild cards in base al ranking per accogliere nella massima manifestazione continentale quattro società non qualificatesi per piazzamento in campionato.
Meritocrazia?

Futuro

Entriamo in un ambito decisamente fumoso.
Prevedere il futuro è impossibile.
E’ vero, siamo circondati di maghi, fattucchiere e astrologi (incredibile, per inciso, che esista tanta gente che segua tali cretinate) ma (per fortuna) nessuno può conoscere quel che accadrà domani. Certo, possiamo sapere che tra 24 ore esatte sarà la stessa ora di oggi ma di più è difficile.
E’ possibile solo ipotizzare uno scenario.
Quel che mi aspetto, per esempio, è che una SuperLega (o altro nome a vostra scelta) prima o poi nascerà.
Probabilmente sotto l’egida della UEFA (così come accaduto per l’Eurolega di basket, nata da una scissione interna ed oggi organizzata dalla FIBA stessa) che, sotto la propria ala, potrà contare sulla presenza delle società più importanti e di un profitto in linea con quello attuale.
Di certo c’è che questa iniziativa ha portato allo scoperto il profondo malessere di alcune società che (al netto di errori di gestione chiari ed evidenti, tanto per rimanere nell’attualità) sono consapevoli che il potenziale delle competizioni europee non è stato e non viene sfruttato fino in fondo e che, al contrario, le possibilità di profitto siano maggiori se indirizzate ad un prodotto ben specifico come quello dei grandi incontri, abbandonando tante (forse troppe) gare di scarso interesse (innegabile che nelle ultime giornate dei gironi si disputino partite senza alcun significato concreto).

Di un aspetto abbiamo certezza (e credo che sia difficile avere un’opinione contraria): si deve agire in fretta e sicuramente prima del 2024.
Ciò non perché entro quella data falliranno le società (perché nessuna delle 12 fallirà, al limite qualcuna sarà costretta a ridimensionarsi) ma perché non deve nascere quella schifezza di Champions’ League con la classifica a 36...

Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog (www.lucamarelli.it) è nato come un passatempo e sta diventando un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati.

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