- Luca Marelli
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Come si giudica un arbitro?
Credo che molti si saranno stupiti per un titolo di questo genere, soprattutto su un sito che è stato ideato per direttori di gara di vari sport che qui possono trovare tutto ciò che è necessario per arbitrare.
Ebbene, nonostante possa sembrare un argomento quasi banale per chi si occupa della nostra attività, in questi anni ho scoperto che spesso anche gli stessi addetti ai lavori giudicano l’operato di un arbitro secondo logiche giornalistiche: nulla di più sbagliato.
Anni fa, all’inizio dell’attività, un osservatore della mia sezione di appartenenza (Como) mi disse una frase che, nella sua semplicità, mi apparve come la definizione perfetta di quanto la realtà percepita potesse essere differente nell’approccio del giudizio: “un arbitro può ottenere un voto alto da un giornale ma una valutazione negativa; al contrario può ottenere un votaccio sulla stampa ed essere premiato dall’osservatore e/o dall’Organo Tecnico”.
Una banalità per la gran parte delle persone che vivono quotidianamente non solo l’AIA ma tutte le associazioni arbitrali di ogni sport.
Dato che questo blog viene letto anche da non addetti ai lavori, perché dunque non fornire loro uno schema di base per far comprendere i parametri sui quali si basa una valutazione arbitrale?
Partiamo da un presupposto fondamentale: non esistono partite facili.
Quante volte abbiamo letto o sentito affermazioni del genere: “gara senza problemi, l’arbitro si adegua”?
Centinaia di volte.
Ed è una delle affermazioni davanti alle quali sorrido, a metà tra amarezza e rassegnazione.
In campo non ci si annoia mai e le partite semplici sono solo una vana speranza.
Ci sono occasioni nelle quali non accadono episodi di particolare difficoltà, altre nelle quali (nonostante risultati molto disequilibrati) si verificano situazioni che impongono scelte complesse.
Si pensi, per esempio, ad un tocco di mano: è difficile da valutare sia nel contesto di una gara decisa dopo 10 minuti che in una sfida “tirata” fino al recupero.
Spesso, in ambito giornalistico, questi episodi vengono “trattati” in maniera differente nel caso in cui si rivelino decisivi o meno.
In ambito arbitrale, invece, tutti gli episodi sono oggetti di valutazione specifica ma quasi sempre non sono determinanti per quantificare la votazione da assegnare.
Affermazione oscura?
Nemmeno troppo.
In realtà è un’affermazione scontata per chi conosce il nostro mondo ma incomprensibile per chi non ha confidenza con la strana questione delle relazioni degli osservatori.
Quali sono, pertanto, gli elementi alla base di una prestazione arbitrale?
In primo luogo viene giudicata la preparazione atletica. Ovviamente, nelle categorie giovanili, una prima scrematura avviene proprio su questa base. E’ chiaro che, per dirigere una partita di giovanissimi provinciali, non sia necessario avere la preparazione di un collega di Serie A: diversa la velocità del gioco, la forza dei calciatori impegnati, l’entità dei contatti e la capacità di lanciare in profondità i compagni di squadra.
Ciononostante una preparazione atletica adeguata è il primo elemento che balza all’attenzione: un ragazzo che cammina ha sempre un impatto visivo differente rispetto ad un giovane che corre con un minimo di raziocinio, trovandosi a decidere nelle vicinanze dell’azione.
E’ chiaro che non tutti, nei primi mesi, si possano rendere conto di quanto sia fondamentale poter giudicare un contatto da cinque metri e di quanto sia quasi impossibile avere una visuale adeguata guardando da quaranta.
D’altronde chi inizia ad arbitrare conosce il regolamento (avendolo acquisito durante il corso di formazione) ma non ha alcuna dimestichezza con l’attività perché, tra televisioni e giornali, non ha mai letto nulla in merito se non giudizi più o meno superficiali sui colleghi della Serie A.
Quante volte avete letto od ascoltato gli organi di informazione approfondire la questione del posizionamento in campo in occasione di un episodio discusso o discutibile?
Diciamo più o meno mai?
Siamo molto vicini allo zero per un motivo piuttosto semplice: chi giudica spesso conosce poco o nulla della nostra attività e, di conseguenza, non riesce a cogliere delle sottigliezze determinanti come questa.
Nelle prime categorie, pertanto, la corsa e la preparazione atletica rappresentano un elemento di scrematura fondamentale per cominciare ad investire su un giovane arbitro perché è giocoforza necessario che la sezione non perda tempo e risorse su un associato che, per pigrizia o menefreghismo, affronta le designazioni come delle passeggiate per arrivare al fischio finale.
La preparazione atletica rimane un elemento imprescindibile per ogni arbitro: più si sale di categoria, più è dato per scontato che durante la settimana si seguano percorsi precisi per arrivare nelle migliori condizioni all’appuntamento assegnato dall’organo tecnico.
In un calcio come quello attuale, basato fin dalle categorie regionali su pressing e velocità, è impossibile pensare a direttori di gara sovrappeso, non allenati o peggio ancora svogliati: prendere coscienza fin da subito di quanto sia importante la corsa in campo è il miglior viatico per bruciare le tappe, evitando di perdere stagioni intere.
Ricorderete quel che scrissi qualche tempo fa del mio primo osservatore, il compianto professor Danielli.
Ebbene, la prima osservazione che mi riferì in quel colloquio a Mariano Comense fu questo: “hai la capacità di vedere falli e fuorigioco da 40 metri di distanza. In questa categoria può bastare il talento ma, se non cominci a correre, fuori dalla provincia non ci arriverai mai”. Dalla gara successiva cominciai perlomeno ad abbozzare uno scatto ogni tanto ed una progressione ogni quarto d’ora ma impiegai parecchi mesi prima di comprendere pienamente il messaggio del prof.
Non è certo un caso che oggi, ad oltre 20 anni di distanza da quel giorno, ancora ricordi quel che mi disse.
Era un visionario?
Un preveggente?
No, semplicemente era una persona che era rimasta nell’AIA per restituire un po’ della sua esperienza all’associazione, trasmettendo ai giovani quelle basi tecniche e concettuali fondamentali per cominciare a muovere i primi passi. Perché poi, in fondo, senza primi passi non si può certo cominciare a correre.
Un discorso articolato è l’approdo di uno studio coscienzioso negli anni.
Una corsa modulata in campo è il risultato di allenamenti ed esperienza nel gestire lo sforzo.
La gestione della partita non si impara su un libro oppure in un’aula ma sul terreno di gioco.
La capacità di fornire buoni consigli è frutto di esperienza, capacità comunicativa, empatia con chi vuole ascoltare.
Nelle prossime settimane approfondiremo tutta una serie di argomenti che potrebbero aiutarvi a crescere come arbitri e, se non svolgete questa attività, a vedere con occhi diversi quei ragazzi che, ogni settimana, consentono ai tifosi di assistere ai vari campionati in ogni parte d’Italia.
Al termine di questa prima parte, un consiglio: durante queste festività siate sereni, mangiate e divertitevi.
Ma non sedetevi perché due settimane di calorie sono una zavorra che non si elimina in poche ore: sarebbe un peccato sprecare interi mesi di lavoro per dieci giorni di sedentarietà.
A tutti voi, cari ragazzi e cari lettori, tanti auguri.
Ci ritroviamo qui dopo Natale, un abbraccio.
Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog (www.lucamarelli.it) è nato come un passatempo e sta diventando un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati.
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