Anche quel che state per leggere potrebbe sembrare avulso dalla valutazione della prestazione di un direttore di gara ma, in realtà, è probabilmente la parte più importante, il momento nel quale si chiude virtualmente la domenica di “passione”.

Nel rapporto dell’osservatore esiste un paragrafo che si intitola “Note su colloquio di fine gara”. In questo breve passaggio l’osservatore deve valutare l’approccio dell’arbitro al confronto di fine gara: può essere collaborativo, indisponente, partecipativo, assertivo, polemico, ecc.
Ebbene, sappiate che molto spesso è questa mezz’ora che può cambiare non solo il giudizio sulla singola prestazione ma la vostra intera carriera.
Pensate a questo particolare: spesso i passaggi di categoria vengono decisi per pochi centesimi. La voce che abbiamo appena citato può incidere anche per un decimo sulla media totale del voto assegnato dall’osservatore.
Il mio secondo presidente di sezione, Stefano Pozzi, soleva ripetermi questa frase: “la tua grande capacità è che negli spogliatoi riesci a guadagnare sempre qualcosa. Non ho ancora capito se sei un eccellente comunicatore o un gran paraculo” (scusate il francesismo).

Non so ancora oggi, ad oltre vent’anni di distanza, quale sia la risposta più vicina alla realtà, ma posso affermare con buona certezza che non si tratti della seconda: se avessi avuto quella qualità, probabilmente avrei avuto meno problemi, dato che la diplomazia non è mai stata una delle mie caratteristiche principali.

Partiamo da una premessa.
Viviamo in un periodo strano, nel quale pare che tutto sia concesso e legittimo: insultare liberamente sui social, non mostrare un minimo di rispetto per chicchessia, fregarsene dell’impegno altrui.
In generale tutto ruota attorno al culto di se stessi, al dovere vissuto come un impedimento al poter passare il tempo senza preoccuparsi di nulla.

Ebbene, nel momento in cui sentite bussare alla porta, ricordatevi che quella persona che sta per entrare e parlare con voi di quel che ha visto, è stata in tribuna da sola per quasi due ore, spesso al freddo, ogni tanto sotto la pioggia, appuntandosi alcuni particolari da discutere con voi.
E non certo per soldi e gloria: se è vero che gli arbitri sono pagati con un tozzo di pane, è anche vero che gli osservatori prendono una diaria ancor inferiore e, nella gran parte dei casi, sono destinati a non provare nemmeno la gratificazione di una promozione a livello regionale.
Se per un arbitro la passione è un motore inesauribile, per un osservatore questa “benzina” ha un valore ancor superiore.
I campionati non si potrebbero svolgere se non avessimo migliaia di ragazzi pronti ad indossare la divisa ogni settimana. Allo stesso modo i nostri giovani non verrebbero promossi di categoria in categoria se non esistesse questo strano inquadramento noto come osservatori arbitrali.

È inutile essere diplomatici (tanto per tornare al quesito del mio presidente, fornendo una risposta indiretta…): negli organici AIA compaiono osservatori eccezionali ed altri che non sono proprio in grado di comprendere il ruolo. Anche in Serie A, sì...

Nella mia mediamente lunga esperienza di campo ho conosciuto osservatori eccezionali, persone che avevano compreso perfettamente quale fosse il loro ruolo e quale fosse lo scopo formativo soprattutto nelle primissime esperienze sul terreno di gioco.
E così mai potrò dimenticare il professor Danielli che, in quel colloquio a Mariano Comense, non affrontò nemmeno un episodio in particolare ma mi parlò in linea generale sui vari aspetti, al limite utilizzando qualche istante come esempio su cui costruire una riflessione prima di tutto personale.

Perché, in fondo, il ruolo dell’osservatore è molto più complesso di quanto possa sembrare: trasformare la propria esperienza nell’Associazione da decisionista a giudicante non è per nulla banale e non è certo un caso che solo una parte minima ci riesca.
È chiaro: più si sale di categoria, più gli episodi hanno un valore. Su questo concetto mi soffermerò successivamente.

Torniamo all’esperienza personale che più di ogni altra considerazione può essere significativa per comunicare.

Due settimane dopo la prima visionatura ebbi la peggiore esperienza in tal senso della mia intera carriera.
Venne a vedermi un osservatore di una sezione limitrofa (anche se si arbitrava a livelli provinciali poteva capitare di essere designati per gare di altre province per vari motivi e poteva accadere di essere visionati da associati di sezioni differenti da quella di appartenenza), categoria allievi provinciali.
Uscii da quello spogliatoio con un 3.
Ai tempi non c’erano le valutazioni odierne, i voti variavano tra 3 e 4,50 ed il tre equivaleva ad un 8.10 di oggi (cioè prestazione pessima).
Ovviamente non farò il nome di quella persona ma non perché la disprezzi.
Al contrario gli sarò per sempre grato perché mi ha permesso di comprendere quanto sia importante la riflessione personale per poter trarre una ricchezza anche da un’esperienza negativa. Alla fine del colloquio, con una buona dose di sensibilità, mi disse che secondo lui avrei dovuto riflettere profondamente sul mio futuro perché, a suo parere, non avevo alcun margine di miglioramento e difficilmente sarei riuscito ad arrivare negli juniores provinciali.

Non lo nego: tornando a casa non pensai un granché a quel che mi venne detto. Solo nei mesi successivi, confrontando quel colloquio con altri avvenuti nel frattempo, capii quanto poteva essere negativo per un giovane avere a che fare con una persona che non ha capito nulla di cosa significhi un osservatore nelle categorie formative di base.
In quella circostanza, infatti, la discussione avvenne non sulle basi (parte atletica, spostamento, gestione generale, conoscenza delle regole) ma su episodi particolari: così mi penalizzò per un paio di ammonizioni sbagliate, per qualche fuorigioco mal valutato, per alcuni falli erroneamente fischiati.
Temi che, negli allievi provinciali, dovrebbero essere affrontati con assoluta leggerezza, che dovrebbero essere solo la base sui quali costruire un confronto volto alla crescita del singolo.

Quel che ripeto spesso ai tanti osservatori con i quali mi confronto ogni settimana è di far tesoro delle proprie esperienze negative per non essere cloni di coloro che negli spogliatoi hanno lasciato solo critiche inutili e nulla di positivo.

Ci sono stati osservatori che, negli anni, mi hanno fatto a pezzi ma che ringrazio.
Ricordo, per esempio, Claudio Pieri a Torino: negli spogliatoi mi appese al muro, mi massacrò per mezz’ora e poi chiuse dicendomi “tu arriverai in Serie A se cominci a correre. La prossima settimana ti giochi il futuro: se corri, passi. Se non corri, vai a casa”. La settimana dopo venni scelto per una gara di Eccellenza in Piemonte, seconda contro prima, ed in tribuna c’era ancora lui assieme ad un altro organo tecnico della CAN D. A fine stagione venni promosso.

La risposta al quesito del mio secondo presidente di sezione?
Vi parrà strano, ma la risposta corretta è proprio la diplomazia.
Negli spogliatoi sono sempre riuscito a contenere la mia indubitabile vis polemica, caratteristica che mi ha accompagnato in tutta la mia vita (ma ho anche dei difetti…), sono sempre stato in grado di discutere con serenità con chi mi stava davanti, prima di tutto calandomi nel suo ruolo e comprendendo la difficoltà di poter esprimere un giudizio sulla base di novanta minuti e nulla più.

Essere osservatori è tutt’altro che semplice.
Capire cosa cogliere di un colloquio è ancora più difficile.

Ma di questo parleremo la prossima settimana...

Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog (www.lucamarelli.it) è nato come un passatempo e sta diventando un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati.

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