- Luca Marelli
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Mediaticamente quel che interessa di una prestazione arbitrale si limita a due parametri: decisioni tecniche e sanzioni disciplinari.
Tutto il resto viene marginalizzato da una lettura generalista che spesso genera confusione soprattutto nei giovani che si approcciano a questa meravigliosa attività.
Non solo: le continue polemiche, la violenza dei giudizi sugli arbitri delle massime categorie tendono ad aumentare la distanza tra l’associazione ed i giovani che non hanno più interesse a provare un’attività che viene descritta spesso come la genesi di tutti i mali del calcio.
E’ un argomento su cui torneremo nelle prossime settimane.
E’ chiaro che questioni tecniche e disciplinari hanno un peso notevole nel giudizio complessivo di un arbitro ma, come già accennato, nella valutazione di una prestazione arbitrale l’aspetto più importante, più caratterizzante è sicuramente quello comportamentale.
Una premessa è d’obbligo: per approfondire questo argomento ci vorrebbero giorni interi perché, in realtà, tutto può essere incluso nella categoria del comportamento.
Così potremmo indicare questa specificità come la summa di tutte le voci di giudizio: perché la componente atletica è parte dell’atteggiamento in campo, l’aspetto tecnico è legato a doppio filo con il comportamento generale, il disciplinare dipende molto dall’approccio al singolo impegno.
In sintesi: questo profilo è senza alcun dubbio fondamentale e, in un certo senso, è la base di partenza senza la quale non esiste possibilità per un giovane di emergere, soprattutto nelle categorie intermedie.
Partiamo proprio da questo assunto: perché nelle categorie intermedie (con esse intendendo Promozione, Eccellenza, CAI e Serie D)?
La risposta è tanto semplice quanto complessa da comprendere per chi non ha confidenza con il nostro mondo.
Un arbitro avrà già risposto tra sé e sé, chi non si è mai cimentato in questa attività potrebbe essere rimasto sorpreso.
In realtà è abbastanza semplice: per quanto anche nelle categorie di formazione l’aspetto comportamentale è tenuto in considerazione per individuare le lacune e per selezionare i giovani più promettenti, nelle medesime categorie hanno maggior rilevanza (come è giusto che sia) elementi più basilari come la preparazione atletica, l’individuazione delle sanzioni tecniche (e la selezione delle stesse dato che si deve cominciare fin da subito a distinguere l’infrazione dal normale contatto di gioco), la scelta dei provvedimenti disciplinari.
Man mano che si sale di categoria si incontrano giocatori tecnicamente sempre migliori, squadre più organizzate, società più strutturate, pubblico più numeroso, mass media più presenti.
Tenete conto di un aspetto fondamentale: negli anni dei miei inizi (1994) praticamente internet non esisteva, i cellulari erano apparecchi del peso di tre chili, i computer erano enormi scatoloni di alluminio che occupavano mezza scrivania. Per vedere una partita delle serie inferiori (e non parlo di categorie regionali, mi riferisco alla Serie C, per esempio) ci si doveva organizzare con videocassette e spedizioni via posta.
Oggi sembra tutto così anacronistico ma, in realtà, è cambiato tutto nel giro di pochi anni: attualmente anche i giovanissimi possono vedere le proprie gare su reti televisive locali, in alcune zone vengono trasmesse anche intere partite del settore giovanile (impensabile fino ad una dozzina di anni fa).
Cosa c’entra questo argomento?
E’ molto importante perché, volendo sintetizzare quanto possibile, l’aspetto comportamentale si lega a doppio filo anche a questa evoluzione massmediatica dello sport.
Ci sono due grandi categorie nelle quali dividere l’aspetto che stiamo analizzando: in campo e fuori dal campo.
Ovviamente con “fuori dal campo” non si intende la vita di ogni giorno ma tutto ciò che avviene “a contorno” di una partita di calcio, in particolare prima e dopo il novanta minuti di gioco.
In questo appuntamento ci occuperemo proprio di questo argomento, la settimana prossima affronteremo la parte più prettamente organica ad una prestazione.
Naturalmente siete liberi di storcere il naso e di domandarvi: “ma questi aspetti non vengono giudicati nel rapporto di un osservatore!”.
Vero ma sappiate che se il mondo è grande, lo stesso diventa piccolissimo con l’interazione contemporanea: pertanto basta un post sui social (e ne abbiamo visti tanti negli ultimi mesi), una telefonata, un video condiviso sulla rete per rendere tutto pubblico, anche ciò che accade prima e dopo una partita.
Pertanto ricordatevi un principio, peraltro valido da sempre (e lo ripeteva fino alla noia Maurizio Mattei, mio vero padre arbitrale assieme a Claudio Pieri): “voi (arbitri) non siete i protagonisti, siete gli ospiti della partita. Siete chiamata a far applicare le regole ma dovete entrare in punta di piedi nella casa altrui”.
Il senso di questa frase è molto più profondo di quel che non si pensi.
Qualcuno di voi entrerebbe nella casa altrui imponendo le proprie regole? Pretendendo che vi venisse offerto qualcosa o mettendo in difficoltà chi vi apre la porta?
Il primo aspetto di fondamentale importanza è questo: presentarsi con la signorilità che avremmo se ci presentassimo per la prima volta a casa di uno sconosciuto.
Arrivare per tempo, magari anche con qualche minuto di anticipo, presentarsi con personalità (mai abbassare gli occhi davanti ad un dirigente, significa trasmettere insicurezza), mostrarsi sorridenti e rilassanti (anche se, dentro di voi, già è iniziata una battaglia di emozioni).
Spesso, rapportandomi coi più giovani, tendo a ricordare delle frasi che ho ascoltato da persone che mi hanno lasciato qualcosa.
Vincenzo Fiorenza, all’epoca facente parte del Settore Tecnico, proprio in merito alla presentazione al campo espresse questo concetto: “di quel che farete in campo, a meno di clamorosi episodi, tutti si dimenticheranno nel giro di dieci giorni. La gran parte delle persone faticherà a ricordarsi il vostro nome. Ma il primo contatto con un dirigente all’ingresso degli spogliatoi rimarrà impresso per i prossimi dieci anni”.
E’ il concetto, se ci riflettete due secondi, della “prima impressione”, cioè della sensazione “a pelle” relativa alla persona che ci troviamo di fronte.
Ebbene, avere un approccio di questo genere, un impatto empatico positivo con chi ci accoglie significa aver già compreso quanto la psicologia sia importante in qualsiasi incontro, sia esso casuale che concordato.
E’ ovvio che, durante la partita, possa poi accadere qualcosa che metta in contrapposizione arbitro e tutti gli altri ma è fuor di dubbio che un approccio positivo con l’ambiente degli spogliatoi ci porrà nella condizione di essere più accettati.
Provate a cambiare per un attimo ruolo: quale sarebbe il vostro stato d’animo se, da dirigenti, doveste accogliere un arbitro che arriva un quarto d’ora prima della partita, magari mentre parla al telefono e senza nemmeno salutarvi perché sta parlando di tutt’altro con chissà chi?
Non credo che sareste molto sollevati di trovare una persona che sta affrontando un impegno con tale superficialità.
Una volta compreso questo concetto, vi assicuro che sarete già sulla strada buona per cominciare a prendervi delle grandi soddisfazioni perché significa aver compreso che arbitrare non è solo entrare in campo con un fischietto e con i cartellini da sventolare al primo che abbozza una mezza protesta.
Nella fase preparatoria della partita ricordatevi di chi siete, di cosa rappresentate e di come vorreste essere accolti: chiedere non è sbagliato, pretendere è il modo migliore per passare un pessimo pomeriggio e per lasciare un ricordo non indimenticabile.
Sembra banale ma ricorderò sempre un episodio accaduto in Serie C.
Un arbitro chiese, negli spogliatoi di uno stadio, di avere delle banane sul tavolo. Di domenica. Ad un’ora dall’inizio della partita.
Ovviamente potete immaginare la sorpresa del dirigente ed anche la reazione dello stesso: comprensivo all’inizio, piuttosto adirato dopo le insistenze dell’arbitro.
Ci vollero circa venti minuti affinché questo episodio arrivasse alle orecchie dell’organo tecnico e circa trenta secondi per decidere una sospensione tecnica dell’arbitro.
Giusta scelta, peraltro, perché un comportamento del genere è infinitamente più grave di un calcio di rigore erroneamente assegnato o non assegnato.
Rispetto per tutti, sempre.
Anche a fine gara.
Perché può accadere (a tutti, anche ai migliori) di uscire tra le contestazioni del pubblico ed a volte anche dei tesserati. Non è un dramma, è normale (anche se la cultura sportiva più matura pretenderebbe che, con la fine della gara, si chiudesse qualsiasi discussione).
In questi casi diventa veramente difficile rapportarsi con taluni personaggi che a volte portano le proprie lamentele negli spogliatoi.
Diventa difficile non solo rapportarsi ma soprattutto evitare di cadere nella trappola della risposta.
Ancora un esempio.
Palermo-Roma, arbitro Tagliavento.
La rete del vantaggio della Roma venne realizzata in fuorigioco (di venti centimetri, non di più). Ovviamente non esisteva il VAR ma le moviole avevano già certificato che si trattava di un errore (e con questo rispondiamo anche alla domanda “ma gli arbitri nell’intervallo vengono informati di quanto accaduto nel primo tempo?”).
Stavamo aspettando il taxi che ci avrebbe riportato in albergo.
Da cinque metri di distanza una persona (non so se fosse un dirigente o meno ma poco importa) ci rivolse questa frase: “voi siete lì belli sereni mentre noi ci giochiamo la salvezza con un gol in fuorigioco netto”.
Ricordo la risposta di Tagliavento come se la ascoltassi adesso: “se abbiamo sbagliato (notate: “abbiamo”, non “se l’assistente ha sbagliato”…), non possiamo far altro che scusarci ma credo che non sia il caso di discuterne in questo modo”.
Fine della discussione.
Educatamente scelse una frase neutra ma evitando di cadere nella polemica, ciò che avrebbe innescato una serie infinita di botta e risposta con la conseguenza di lasciare un pessimo ricordo del proprio passaggio.
Signorilità, sempre.
La stessa che dobbiamo assumere anche sul terreno di gioco.
E di cui ci occuperemo la prossima settimana.
Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog (www.lucamarelli.it) è nato come un passatempo e sta diventando un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati.
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