Cosa ci hanno detto le prime due giornate di campionato

Sono passate due sole giornate di campionato e probabilmente è presto per poter tracciare una linea interpretativa univoca.
Anzi, per evitare problemi per il prosieguo del campionato che è appena iniziato, è meglio affermare che non abbiamo alcun elemento definitivo per poter esprimere giudizi che, giocoforza, sarebbero molto affrettati.
Questo concetto, ovviamente, vale non solo per l’esito della Serie A (e per i vari obiettivi delle società, dalla zona scudetto alla qualificazione alle varie Coppe, dalla tranquillità alla lotta retrocessione) ma anche (e soprattutto, dato l’argomento di cui trattiamo) per l’attività arbitrale.
Il campionato per gli arbitri è iniziato esattamente dal punto in cui si era concluso: dalle polemiche.
Nulla di nuovo, perciò, ma nemmeno di sorprendente.

Come accade in ogni estate, di arbitri non si parla per nulla, se non nei pochi giorni successivi alle varie nomine o dismissioni eccellenti.
Questa stagione non è stata un’eccezione: per qualche giorno si è parlato del (per certi versi) sorprendente avvicendamento di Rizzoli che ha lasciato la guida della CAN a Rocchi, poi l’attenzione mediatica si è spostata verso il calciomercato (quest’anno più che mai l’appuntamento con le invenzioni dato che movimenti importanti ce ne sono stati pochi e concentrati all’estero, con qualche eccezione come Lukaku e Ronaldo).

L’unico argomento arbitrale che ha suscitato un certo interesse mediatico è stata la questione dei rimborsi gonfiati, vicenda che (fino ad ora) ha portato a sospensioni dall’attività di alcuni associati.
Mancano ancora le decisioni definitive in merito e, in linea con quanto scritto in passato, non mi permetto di giudicare dato che le dobbiamo aspettare le decisioni definitive della giustizia sportiva che, come sappiamo, deve passare attraverso il secondo grado ed eventualmente il Collegio di Garanzia del CONI. Insomma, c’è ancora molto tempo prima di arrivare ad una sentenza che abbia i crismi dell’insindacabilità.
Al limite posso aggiungere che le vicende Massa e Giacomelli, ad oggi ancora in attesa di un giudizio iniziale, appaiono molto meno critiche rispetto alle altre, motivo per cui non è da escludere che le sospensioni potrebbero essere molto meno “afflittive” rispetto a quelle dei colleghi già giudicati in prima istanza. Considerando, infatti, che le sospensioni verranno calcolate dall’inizio, cioè dal momento in cui i due arbitri sono stati esclusi precauzionalmente dal gruppo, non è da escludere che gli stessi potrebbero tornare in campo fin dalla terza/quarta giornata di campionato.
Ovviamente il mio è un auspicio oltre che un augurio, senza nulla togliere alla competenza esclusiva in materia affidato alla commissione di disciplina dell’AIA.

Come premesso, due sole giornate di campionato non possono delineare una tendenza generale ma, al limite, offrono un quadro di quelle che sono le criticità più evidenti che dovrà affrontare Rocchi (in primis l’utilizzo del VAR) e le prime linee guida tracciate dal neo designatore (rigori).

Per chi segue questa rubrica fin dalla scorsa stagione, ricorderà perfettamente che ho lodato spesso l’attività di Rizzoli (ripetendo più volte l’auspicio che venisse riconfermato, quantomeno per chiudere il lavoro iniziato sulla commissione unica, dato che la riunificazione delle CAN risale solo a luglio 2020) ma sottolineando una grave problematica emersa soprattutto negli ultimi mesi: l’utilizzo del VAR senza una logica, senza una linea comune, tanto che, nelle ultime giornate, appariva praticamente impossibile ipotizzare se il VAR sarebbe intervenuto o meno.
In una situazione normale dovrebbe essere semplice, guardando un episodio, prevedere la sussistenza o meno di una “On Field Review”. Alla prova dei fatti, invece, gli ultimi due mesi della stagione passata sono stati molto simili ad una sorta di virtuale “testa o croce”: che il VAR consigliasse o meno la revisione di un episodio era impossibile da prevedere, dato che ogni arbitro andava letteralmente per la sua strada. Per tal motivo abbiamo visto OFR senza alcun senso (Benevento-Cagliari), altre che assomigliavano più a moviole in campo che ad applicazione del protocollo (Udinese-Torino, per fare un esempio). In questa confusione applicativa è quasi banale sottolineare che le polemiche sono spuntate come funghi più o meno ad ogni giornata, fino ad esplodere definitivamente nella famosa Juventus-Inter, “decisa” da un rigore oggettivamente inesistente.
Episodio da VAR?
In linea di massima no (il contatto era e rimane interpretativo) ma, con la linea discontinua che si era vista nelle settimane precedenti, era quantomeno scontato che le discussioni avrebbero raggiunto vette mai viste prime (e non è un caso che anche oggi capiti ancora di imbattersi nell’argomento).

Proprio sulla base di questo preambolo, il primo grande obiettivo che deve porsi il designatore Rocchi è di individuare una linea comune che tutti dovranno seguire, arbitri e VAR.
C’è un modello su cui basarsi?
La risposta è affermativa.
I recenti campionati europei hanno confermato una linea “internazionale” molto differente rispetto agli standard a cui siamo abituati nel campionato italiano: asticella di intervento molto alta, pochissime OFR, invasività minima, interventi solo per errori grossolani o per infrazioni interpretate al contrario.
L’ultima affermazione è importantissima: al contrario, non interpretabili al contrario.
Può sembrare un esercizio retorico ma è tutt’altro: se, per esempio, è stato corretto l’intervento del VAR sul terrificante infortunio di Besedin da parte di Danielson in Svezia-Ucraina (episodio parzialmente perduto dall’arbitro a causa di una prospettiva imperfetta ma indiscutibile per chiunque), allo stesso modo è stato corretto non intervenire sul (molto) dubbio rigore che ha consentito all’Inghilterra di eliminare la Danimarca nella semifinale arbitrata da Makkelie.
Il concetto di base dev’essere questo, riportare in Italia il concetto del protocollo VAR che può sintetizzarsi con tale inciso: si arbitra come sempre e la tecnologia interviene solo in circostanze eccezionali, per episodi che non abbiano alcun margine di interpretazione soggettiva.
Ecco perché, dunque, è da ritenere normale che si discuta sui contatti su Lautaro Martinez (Verona-Inter) e su Dybala (Juventus-Empoli), così come deve diventare normale affermare senza margine di dubbio che “erano interventi sui quali c’era margine di interpretazione soggettiva e, pertanto, sottratti alla competenza residuale del VAR”, ove residuale si intende che la tecnologia non dovrà essere intesa come moviola in campo ma come protocollo VAR.

Piace?
Non piace?
Legittimo avere idee differenti in merito ed è una diatriba che comprendo perfettamente.
Ma un conto è basare le proprie idee su ipotesi, un altro è fondare l’utilizzo sulla ratio del VAR che, almeno per ora, non è da considerarsi come stretta moviola. In futuro, se cambieranno i parametri di utilizzo, discuteremo sull’abbassamento dell’asticella che, nei fatti, in Italia è stata un’eccezione rispetto al resto del mondo calcistico, in particolare rispetto agli Europei e, ancor prima, rispetto ai mondiali di Russia 2018.

Se poi vogliamo scendere nei particolari, le prime reazioni sui (non) rigori concessi a Verona e Torino sono stati positivi: così come ripeto da anni, anche in seno alla CAN si è da subito imposta una visione punitiva degli interventi in area fondata sulla sussistenza piena di infrazioni che portano alla massima punizione. Ciò significa che questi episodi, se verranno valutati non tali da portare ad un calcio di rigore, godranno dell’approvazione della commissione che ha come primo obiettivo quello di riportare il calcio ad un gioco di contatto e, soprattutto, ad un gioco in cui si deve cercare di segnare una rete e non guadagnare un calcio di rigore.
Il motivo è presto detto: non può esistere più un campionato nel quale si fischiano 187 rigori (2019/2020) o 150 (2020/2021). Anche perché sono proprio i “mezzi rigori” (volgarmente definiti “rigorini”) ad aver portato straordinariamente fuori controllo questi numeri, tanto che i calciatori tendono ad entrare in area per cercare un contatto piuttosto che per tentare di segnare una rete.

E proprio quest’ultimo è un concetto che deve essere affrontato e compreso: non ogni contatto deve essere punito con una sanzione tecnica.
Il calcio, come sappiamo, è un gioco di contatto. Per tale motivo spesso si parla di “entità del contatto” perché è proprio questo il parametro (soggettivo) sulla base del quale un arbitro deve decidere se fischiare o meno.
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un fenomeno paradossale: l’entità dei contatti ha portato ad enorme severità in area di rigore e ad una applicazione più equa al di fuori della stessa, come se vigessero due regolamenti diversi a seconda della zona decisionale.
Troppo spesso abbiamo sentito affermazioni del genere “un contatto c’è, perciò il rigore ci sta”: ecco, è questa la prima “battaglia” a cui dobbiamo prepararci, non pensare che ogni contatto sia da sanzionare perché altrimenti rischiamo di trasformare un gioco (anche) fisico in un videogame piuttosto noioso.

La prossima settimana, in attesa della ripresa del campionato, affronterò la questione arbitrale, in particolare le prospettive del gruppo CAN.

Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog prima, e il canale Youtube in seguito, nati come un passatempo, sono diventati un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati. Da questa stagione è talent arbitrale per DAZN.

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