I rigori e le distorsioni del VAR

Ormai è diventato un argomento quasi abituale dopo ogni giornata di campionato: il VAR è uno strumento utile oppure ha contribuito ad aumentare il numero di discussioni tra addetti ai lavori e semplici appassionati?

La risposta più facile, quella che potrebbe portare maggiori consensi irrazionali, è “sì, non è servito a nulla se non a far esplodere nuove polemiche per i favori alle solite note”. Un cliché ormai molto diffuso che si nutre del sensazionalismo fine a se stesso e che, in realtà, nasconde la perniciosa ricerca di consenso tra fasce ben identificate.
Esistono, pertanto, profili social che letteralmente si nutrono delle settimanali polemiche, soffiando sul fuoco degli alibi arbitrali per evidenziare supposti favoritismi a questa o quella società.

La realtà è ben differente sebbene non si possa sottacere che qualche distorsione sul gioco stesso sia stata provocata proprio dalla tecnologia.

Andiamo con ordine, cercando di individuare i pro ed i contro di questi primi quattro anni di utilizzo della tecnologia (e “primi quattro anni” non è locuzione utilizzata a caso dato che, dal VAR, non si può e non si deve tornare indietro).

I PRO

- Il fuorigioco
Per quanto si possa essere contrari all’utilizzo della tecnologia, è impossibile non evidenziare che sul fuorigioco le polemiche sono state sostanzialmente azzerate.
Non è stato, però, un risultato immediato.
Nei primissimi anni della tecnologia, in particolare fino al Mondiale di Russia 2018, anche il fuorigioco è stato al centro di enormi discussioni perché non esisteva uno strumento che potesse accertare in modo preciso la posizione irregolare o meno di un calciatore.
La grande criticità dei primi tempi del VAR, infatti, riguardava la proiezione del punto più avanzato dei calciatori, impossibile da individuare con precisione.
Per tal motivo, in mancanza di un’immagine che chiarisse senza ombra di dubbio la posizione irregolare, i VAR confermavano la decisione assunta in campo in presenza di immagini “non definitive”.
I più attenti ricorderanno, in questo senso, la celeberrima rete di Mertens in Atalanta-Napoli: dalle immagini (e dal singolo fotogramma che tutti ricordiamo) la sensazione è che l’attaccante del Napoli si trovasse oltre la linea del penultimo difendente ma, nonostante ciò, il “varista” decise (giustamente, secondo le linee guida di quel periodo) di confermare la decisione del campo (rete convalidata), mancando l’evidenza di un errore.
Con ogni probabilità quella rete, oggi, verrebbe annullata (dato che la proiezione del corpo di Mertens appariva evidentemente oltre la linea del penultimo difendente) ma ciò è stato reso possibile da una implementazione della tecnologia a disposizione nella sala VOR.
In Russia 2018, infatti, venne introdotto il “cross-air”, un semplice programma che consente di tracciare linee tridimensionali su un’immagine bidimensionale e che, soprattutto, è fondamentale per individuare la posizione effettiva del corpo con un banale sistema di proiezione a terra.
Da Russia 2018 in poi il fuorigioco non rappresenta più un problema.
Certo, non mancano le polemiche sulla questione dei millimetri, tanto che (a giorni alterni) emergono proposte (a mio parere senza senso) per modificare la rilevazione della posizione irregolare/regolare: teorie sballate sul margine di errore (che è un’eventualità remota che può capitare ma non è la normalità), idee sulla tolleranza da applicare soggettivamente (dato che non esiste un mezzo che possa misurare esattamente i centimetri su un terreno di gioco), ritorno al concetto di “luce” (abbandonato nei primi anni del nuovo secolo perché aveva creato un cortocircuito inestricabile per gli arbitri, essendo sostanzialmente inapplicabile).
Ribadisco quel che ho sempre sostenuto in questi anni: trovo al limite del ridicolo che si voglia intervenire su una fonte di discussioni che ha trovato una soluzione definitiva grazie alla tecnologia. Ci si lamenta spesso dell’eccessiva soggettività del giudizio arbitrale e si richiede a gran voce una modifica di una regola che, oggi, è assolutamente oggettiva.
Incomprensibile.

- Condotte violente
Capitava spesso che, con l’arbitro impegnato ad osservare un’azione di gioco, un calciatore approfittasse dell’impossibilità della terna di controllare ogni zona del campo per colpire un avversario: gomitate a pallone lontano, calci, sputi.
Episodi che, ogni tanto, erano oggetto della giustizia sportiva attraverso quello strumento giurisprudenziale noto come “prova TV”. Non era raro, infatti, che giocatori non espulsi dal terreno del gioco venissero poi squalificati dal Giudice Sportivo dopo aver preso visione (su iniziativa della Procura Federale) di filmati che mostravano comportamenti violenti (anche lo sputo, per la cronaca, è considerato “condotta violenta”).
Oggi questa tipologia di comportamento è rarissima e, soprattutto, la prova TV è sostanzialmente scomparsa per le gare disputate con utilizzo del VAR.
Il motivo è quasi banale.
I calciatori sono consapevoli che, con la tecnologia e con il gran numero di telecamere a disposizione della sala VOR, tali comportamenti non possono sfuggire mentre in passato capitava che questi atteggiamenti violenti risultassero “invisibili” anche alle riprese video. In questo periodo storico è totalmente impossibile che ciò avvenga ed i calciatori, ben consapevoli di questa evidenza, non si lasciano mai andare a gesti sconsiderati che porterebbero all’espulsione mediante utilizzo dell’on field review.
Per quanto non se ne faccia mai menzione, questo è un merito assoluto della tecnologia che ha agito come deterrente immediato alle scorrettezze a pallone lontano.

- Falli gravi di gioco
I calciatori, dall’avvento della tecnologia, sono molto più attenti ai cosiddetti “tackle”. Il motivo è, anche in questo caso, di prima evidenza: un eventuale contrasto “oltre i limiti del lecito” può essere oggetto di on field review e, pertanto, i giocatori tendono ad evitare tentativi di intercettare il pallone senza alcun controllo del proprio corpo e con rischi per l’incolumità altrui.
Questo concetto può essere spiegato attraverso l’esempio.
Recentemente, in Salernitana-Napoli, il giocatore della Salernitana Kastanos è stato ammonito in campo per un fallo su Anguissa. Lo stesso giocatore, dopo on field review, è stato espulso per fallo grave di gioco (da non confondere con la condotta violenta che, per sintetizzare, si concretizza con il pallone non a distanza di gioco).
Non stupisca il fatto che giustifichi l’arbitro: sul terreno di gioco, per quanto con visuale libera ed a distanza corretta (cioè tra i cinque e gli otto metri), non è difficile perdersi l’esatta dinamica di un fallo. Dobbiamo, infatti, pensare che noi possiamo rivedere immediatamente e da più angolazioni quanto accaduto. Al contrario l’arbitro ha una sola angolazione da cui decidere (quella in cui si trova al momento dell’episodio) ed una sola visualizzazione. Interpretare correttamente un episodio del genere non è per nulla facile ma la tecnologia è fondamentale: accertato l’elemento oggettivo cardine (la velocità di impatto e la pericolosità del tackle), diventa facile valutare come chiaro ed evidente errore un cartellino giallo per un fallo commesso con gamba sollevata dal terreno di gioco e altezza del contatto (per convenzione sopra la caviglia).
In passato, prima della tecnologia, capitava sovente di assistere a contatti ben più pericolosi ma puniti spesso con il cartellino giallo: i rossi diretti erano molto rari e limitati ad episodi lapalissiani (o per l’applicazione, abbandonata di anni, del cosiddetto “fallo da ultimo uomo”).

I CONTRO

Il paragrafo è intitolato con un plurale ma, in realtà, sarebbe meglio utilizzare il singolare.
Per quanto possa sembrare paradossale, il vero punto a sfavore del VAR riguarda proprio i calci di rigore, materia sulla quale sono aperte da decenni discussioni infinite.
Se pensiamo alle polemiche più appassionate del passato, ricorderemo il contatto Iuliano/Ronaldo in Juventus-Inter: è giocoforza.
Ebbene, paradossalmente nemmeno quel caso avrebbe potuto essere risolto dalla tecnologia:  possiamo cominciare a discutere per l’ennesima volta e per ore di quei tre/quattro secondi e ci troveremo sempre con opinioni “pro” e “contro”. La tecnologia non avrebbe potuto intervenire proprio perché non la decisione di Ceccarini oggi non potrebbe essere qualificata come “chiaro ed evidente errore” ma, al limite, come “episodio dubbio” che, pertanto, non potrebbe essere oggetto di on field review.
Ebbene, proprio sui calci di rigore il VAR, a mio parere, ha creato e crea grandi criticità.
Il cortocircuito nasce, in primo luogo, dalla definizione del gioco del calcio. Potrebbe sembrare un’affermazione spericolata ma, in realtà, è tutt’altro: cos’è il calcio?
Il calcio, in sintesi, è uno sport di contatto nel quale vince la squadra che segna una rete in più.
La parte che più ci interessa è “il calcio è un gioco di contatto”.
Negli ultimi anni, grazie soprattutto al proliferare delle immagini e ad una sempre più marginalizzazione del concetto di “gioco di contatto”, siamo abituati a vedere ricostruzioni che via via si allontanano dalla realtà.
E così assistiamo quasi impotenti a video rivisti mille volte ed accompagnati da commenti del tipo (esemplificativo) “vedi, il piede sinistro tocca il ginocchio destro dell’avversario e si vede la rotula spostarsi di un microcentimetro, rigore netto!”.
Di queste frasi senza alcun senso potrei citarne mille.
Queste frasi sono parte di un problema ben più ampio: la trasformazione di un gioco di contatto in analisi post partita alla ricerca di una minima collisione tra giocatori per giustificare un fischio o per condannare un non fischio.
E’ la percezione stessa del gioco che è andata perdendosi negli anni, anni nei quali l’area di rigore è diventata la scenografia perfetta per un sequel di Matrix: un luogo in cui tutto viene interpretato secondo un regolamento immaginario che non si applica al di fuori di quelle linee di demarcazione del terreno del gioco.
Gli arbitri, ovviamente, non sono estranei a questa estremizzazione del calcio ma, anzi, hanno subito questa percezione arrivando ad applicare, seppur inconsciamente, un regolamento che si distacca nettamente dallo spirito stesso del gioco.
Ciò si è notato soprattutto negli ultimi due anni: il record assoluto di rigori (187) è stato stabilito nella stagione 2019/2020. Al secondo posto “all time” per numero di rigori troviamo la stagione 2020/2021, quella successiva: leggero calo ma sempre 150 rigori.
La stagione in corso è iniziata con lo stesso trend: 51 rigori in 110 partite, quasi uno ogni due gare (dato aggiornato al 5 novembre 2021).
Perché è accaduto ciò?
Non ho una risposta certa ma possiamo, con buona sicurezza, affermare che si è radicata negli arbitri una convinzione: fischiare è meno sbagliato che nel passato dato che, con il gran numero di telecamere puntate nello stesso punto (cioè nel luogo in cui si svolge l’azione), è difficile che non ci sia un contatto (d’altronde il calcio è un gioco di contatto, perciò…).
Così basta che un calciatore si butti a terra con una dinamica credibile per attendersi un fischio del direttore di gara che, nella stragrande maggioranza dei casi, sarà confermato dal VAR di turno.
E ciò perché? Perché sappiamo che, in presenza di un contatto (seppur minimo) vale sempre la discrezionalità del terreno di gioco poiché l’intensità è soggettiva e, pertanto, di competenza esclusiva del direttore di gara.
La conseguenza è quasi banale: i giocatori, non appena sentono un leggerissimo tocco, si buttano a terra, spesso accompagnando il tutto con urla di dolore dal quale si riprendono non appena beneficiati del tiro dagli undici metri.
In tal senso diventa anche più semplice, per gli addetti ai lavori, lamentarsi di un mancato fischio: se ogni contatto è un’infrazione, per quale motivo non si è intervenuti su “quel” microcontatto?
La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: proteste, più o meno condivisibili, su microcontatti che, fino a pochi anni fa, non sarebbero stati nemmeno presi in considerazione per la più inutile delle moviole.

Come se ne esce?
Non sarà facile e, soprattutto, non aspettiamoci un’inversione di tendenza repentina.
Non si tratta, come sostiene qualcuno, di “cambiare le regole di ingaggio del campionato modificando in corsa il metro di giudizio”.
Tutt’altro.
Questo discorso non ha veramente alcun senso: è come se si affermasse “fino ad oggi sono stati commessi errori, per par condicio bisogna continuare a sbagliare fino al termine del campionato”.
Sarebbe quantomeno surreale una tesi di questo genere.
Ci vorrà tempo per questi motivi (a mio parere, ovviamente):
- convincere gli arbitri (che hanno le loro colpe, è indubbio) a non sanzionare col calcio di rigore qualsiasi contatto in area;
- far comprendere alle componenti massmediatiche che non ogni contatto è fallo e che, pertanto, anche in area di rigore un contatto non è per forza essere un’infrazione;
- riportare il gioco del calcio all’interno dell’area di rigore.

Perché sì, oggi in area di rigore non si applica il “Regolamento del Giuoco del Calcio” ma un virtuale “Regolamento del Giuoco del Calcio di Rigore”...

Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog prima, e il canale Youtube in seguito, nati come un passatempo, sono diventati un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati. Da questa stagione è talent arbitrale per DAZN.

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