In tanti, nel corso delle ultime settimane, mi hanno chiesto di descrivere i giorni precedenti ad una gara.
Ovviamente quel che scriverò non è una novità per coloro che già operano a livello nazionale ma potrebbe essere interessante per chi non ha ancora superato la fase provinciale o regionale e per chi non conosce minimamente il nostro “mondo”.

Una premessa è d’obbligo: negli anni potrebbero essere cambiati alcuni passaggi organizzativi e pertanto la personale esperienza potrà risultare un po’ differente dall’attualità.

Come punto di partenza, perciò, utilizzerò una qualsiasi partita di Serie A o Serie B, basandomi sul mio passato.

La preparazione della partita iniziava con una telefonata dalla segreteria della CAN A/B oppure (in caso di raduno) con la lettura delle designazioni dell’Organo Tecnico in aula a Coverciano, dopo il primo allenamento del venerdì mattina (si arrivava al Centro Tecnico entro il giovedì sera).
Oltre alla gara ci venivano comunicati gli assistenti e l’orario previsto.
Unica eccezione l’anticipo di Serie B del venerdì: per questo impegno l’arbitro veniva avvertito il giorno prima ed era esentato dalla partecipazione al raduno (a meno che la destinazione non fosse in zona, cioè in Toscana).

Il primo step era, ovviamente, una telefonata agli assistenti per comunicare la gara e per cominciare a prendere accordi di massima per l’organizzazione della trasferta: orari degli eventuali aerei, albergo in cui pernottare, divise da portare (le società erano obbligate ad inviare una mail con l’indicazione delle divise che avrebbero utilizzato).

Il secondo step era il contatto con l’agenzia di viaggi di Coverciano, con il buon Enrico che, nella sua attività lavorativa, ha visto passare migliaia di arbitri ed organizzato un numero indefinito di trasferte: scelta dei mezzi di trasporto, prenotazione di alberghi e biglietti, a volte anche accordi per il pranzo.
Quest’ultima parte potrà apparire quantomeno particolare ma Collina aveva imposto che gli arbitri uscissero il meno possibile dall’albergo nelle ore precedenti la partita, motivo per cui si sceglievano strutture che potessero offrire anche il servizio di ristorazione, onde evitare trasferte troppo “allegre” (e ne capitavano, sebbene personalmente cercassi sempre di evitarle).
Insomma, una sorta di limitazione agli spostamenti inutili dato che qualcuno interpretava le designazioni anche come svago turistico.
Sono onesto: non mi era affatto dispiaciuta quella limitazione, proprio perché capitava di incontrare persone che prendevano con la non necessaria professionalità la vigilia degli impegni agonistici.
Non solo: se per la cena del giorno prima era concessa una certa libertà di scelta, per il pranzo il menu era fisso, con un antipasto leggero, un primo fisso (pasta in bianco o, al limite, condita con sugo di pomodoro), secondo a base di carne bianca grigliata o bollita. Nessuna bevanda dolce od alcolici, solo acqua, nessun digestivo.
Insomma, dalla sveglia alla mattina fino al dopo gara un regime “militare” che rispecchiava l’inarrivabile cura dei particolari che Collina cercava di trasmettere.

La terza fase della trasferta era la preparazione della borsa.
Viaggiare con i borsoni arbitrali non era comodissimo, soprattutto nel caso in cui ci fosse la necessità di muoversi con mezzi pubblici.
Per tal motivo la borsa veniva sostituita dal trolley, all’interno del quale doveva trovare spazio tutto quello che veniva utilizzato per una qualunque trasferta.
Oltre al trolley usavamo una sorta di scatola di tela esterna nella quale dovevano essere sistemate:
- le bandierine elettroniche (bastoni, drappi, trasmettitori);
- gli auricolari (comprensivi di batterie e caricabatterie, trasmettitori anche per gli assistenti, cavi e cavetti assortiti).
Insomma, la borsa era diventata quasi un’arte.

Prendendo ad esempio una partita alla domenica alle 15, la trasferta iniziava ufficialmente il sabato pomeriggio.
Si prendeva la propria vettura, la si caricava e si partiva.
Nel caso in cui la destinazione dovesse essere raggiunta in auto, si viaggiava comodi, solitamente in abbigliamento casual con vestito adeguatamente appeso per evitare di trasformarlo in uno straccio impresentabile.
Se, al contrario, si doveva viaggiare in treno od aereo, era imposto di essere in giacca e cravatta ufficiali, per il doveroso contegno professionale delle uscite pubbliche.

Una volta giunti nella città di destinazione, si prendeva un taxi per raggiungere l’albergo.
In realtà, per evitare di buttare soldi altrui, spesso utilizzavo il trasporto pubblico: ricordo, per esempio, che dall’aeroporto di Napoli raggiungevo l’albergo con un pullman che si fermava nella piazza della stazione centrale, a pochissimi metri dalla struttura di pernotto.

Si prendeva la stanza, mi cambiavo (avevo sempre con me i jeans, un maglione ed un paio di sneakers) e si attendevano assistenti e quarto ufficiale.
Per mia abitudine mi recavo nella città di destinazione nel primo pomeriggio: ho sempre evitato di prenotare l’ultimo volo, per il timore di imprevisti che mi impedissero di partire. Ciò mi consentiva di essere tranquillo e, soprattutto, di godermi una passeggiata in centro, magari approfittando del tempo libero per acquistare qualcosa (chi non è tornato da Napoli, per esempio, con una bella confezione di mozzarelle di bufala campana? Eh…).

Una volta arrivati anche i collaboratori, conclusi i saluti di rito, si sceglieva il ristorante.
Nell’era pre-Collina si era soliti uscire dall’albergo, scegliendo sempre gli stessi posti (più che per abitudine ciò era dovuto alla necessità di non rischiare brutte sorprese alimentari). Nell’era Collina, invece, si rimaneva a cena nel ristorante dell’albergo. Si usciva giusto per fumare (sì, anche tra gli arbitri ci sono dei fumatori) o per una passeggiata all’aperto di pochi minuti.

Le serate si concludevano con quattro chiacchiere (magari di fronte ad un buon bicchiere di vino, consentito la sera prima) e con i saluti ad assistenti e quarto ufficiale, indicando orario della colazione e del briefing pregara.
Alcuni arbitri imponevano la presenza a colazione ad un orario preciso a tutti. Da parte mia non ho mai imposto nulla, soprattutto perché la mattina mi svegliavo alle 6.30, uscivo a comprare i quotidiani e facevo colazione alle 7.
Sul briefing, invece, non tolleravo ritardi: normale, considerando che il clima partita si comincia a sentire proprio in quel momento, il momento nel quale ci si cala nel ruolo.

Il briefing, ai tempi, non era tecnologico come oggi.
Certo, si studiavano le squadre, i giocatori, i dirigenti. Guardavo spesso dei video per capire (perlomeno a grandi linee) la tattica di gioco e per individuare i calciatori a cui prestare più attenzione, in particolare dal punto di vista disciplinare.
Il briefing lo impostavo sulla massima fiducia: non mi permettevo mai di indicare agli assistenti come o cosa segnalare, per il semplice motivo che sarebbero stati loro a dovermi insegnare il mestiere dato che non ho mai preso in mano una bandierina.
L’unica direttiva che impartivo era di non parlarmi in auricolare mentre stavo discutendo in campo con un calciatore: detestavo sentire voci inutili.

Una volta chiuso il briefing, ci si trasferiva al ristorante per il pranzo (con la gara alle 15 non si andava oltre le 11.45/12.00), non prima di aver prenotato un taxi per le 13, per lo spostamento dall’albergo allo stadio.

Una volta giunti allo stadio (almeno novanta minuti prima del fischio d’inizio), era mia premura salutare i dirigenti delle squadre (prima gli ospiti, sempre), entrare negli spogliatoi, montare personalmente bandierine per gli assistenti ed auricolari, provare entrambi gli strumenti, appendere la divisa e poi recarsi sul terreno di gioco per il giro di ispezione.

Sul terreno di gioco si scambiavano le ultime “chiacchiere” con i collaboratori e poi si rientrava per la vestizione.
Scarpe, calzettoni, maglietta da riscaldamento, parte superiore della tuta e si usciva per il riscaldamento che concludevo esattamente quindici minuti prima del fischio d’inizio, il tempo necessario per rientrare, indossare la divisa, arrivare nei pressi dell’ingresso, salutare i calciatori ed entrare in campo tre minuti prima dell’orario di inizio.

Quel che accade dopo il fischio d’inizio, lo sappiamo tutti.

Una volta conclusa la gara, si rientrava negli spogliatoi e, prima ancora della doccia, mi sedevo alla scrivania per scrivere il rapporto di gara (perché, ai miei tempi, il rapporto andava spedito immediatamente via fax al Giudice Sportivo).
Uscivo personalmente dalla stanza a noi riservata e spedivo il rapporto appena compilato.
Dopodiché doccia, vestizione e colloquio con l’osservatore o l’organo tecnico (anche se, per cortesia, si chiedeva loro se volessero attendere o se preferissero sostenerlo prima della doccia, magari per necessità logistiche).

Finito il colloquio, si tornava in albergo (oppure si veniva accompagnati in aeroporto) con un’auto obbligatoriamente messa a disposizione dalla società ospitante.

Trasferta conclusa?
Neppure per idea.
Una volta giunti a casa mancava ancora la parte più importante: rivedere la partita.
Era una mia abitudine: aprivo la porta di casa, accendevo la televisione ed il dvd recorder (allora non c’era la tecnologia attuale), mi cambiavo e rivedevo la gara.
Il giorno dopo gli ultimi adempimenti: fotocopie di tutte le spese anticipate, compilazione della nota spese ed invio della stessa.

Insomma, come avrete capito la partita non dura novanta minuti.
Molto spesso si protrae per quattro giorni...

Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog (www.lucamarelli.it) è nato come un passatempo e sta diventando un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati.

Commenti (2)

    • roberto
    • 2020-04-12 08:42:41
    Bel racconto, ho una curiosità: una volta, prima di entrare in campo, si faceva l'appello, per riconoscere calciatori e dirigenti ammessi sul terreno di gioco. In serie A come funziona? Non è menzionato quel passaggio nell'articolo.
    • Gabriele
    • 2021-03-12 17:05:13
    Non lo so. Sarei curioso di saperlo pure io.
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