La necessità di un cambio di rotta sui rigori

In queste prime giornate di campionato il dato più interessante riguarda i calci di rigore.
In diminuzione?
Non tanto, in realtà.
Sono stati assegnati, nelle prime cinque giornate di Serie A, 19 calci di rigore in 50 partite, con una media di 0,38, in leggero calo rispetto allo scorso campionato (0,40 circa), in deciso calo rispetto all’incredibile 2019/2020 (0,49 a partita).

Sufficiente?
No, affatto.
Siamo ancora lontanissimi dai numeri della Germania (10 rigori in 45 partite, media 0,22) o dell’Inghilterra (13 in 50 partite, media 0,26) ma la tendenza è chiara: limitare il numero di quelle che vengono comunemente definite “massime punizioni”.

Ma per quale motivo in Italia si fischiano così tanti rigori e, soprattutto, perché vediamo spessissimo giocatori che letteralmente si lanciano per aria non appena sfiorati da un avversario?

I motivi sono tanti ma uno in particolare.
Spiace doverlo scrivere perché non è mai elegante evidenziare una pecca personale o di categoria.
La colpa principale è senza dubbio degli arbitri.
Negli anni abbiamo visto un aumento esponenziale dei calci di rigore assegnati, tendenza che ha portato all’assurdo (perché è stato assurdo) numero di 187 della stagione 2019/2020.

Perché questa tendenza?
Difficile fornire una risposta univoca ma certamente hanno influito (e non poco) i massmedia.

Attenzione: non sto accusando i massmedia, sto semplicemente affermando che i massmedia hanno contribuito ad una severità maggiore in area di rigore.
Ciò perché, negli anni, sono aumentate a dismisura le telecamere, le inquadrature, le prospettive di uno stesso episodio da mille angolazioni differenti.
Il risultato è che un contrasto viene visto da mille visuali diverse ed è giocoforza che, in almeno uno di questi, si intravveda un contatto che possa essere qualificato come irregolare.
Conseguenza ulteriore: si è passati da un gioco di contatto (quale è il calcio) ad un gioco quasi surreale in area di rigore, zona nella quale ogni contatto viene percepito ed interpretato come un potenziale calcio di rigore.

Gli arbitri non sono diversi da tutti gli altri: leggono i giornali, ascoltano le televisioni, seguono taluni programmi, visionano le analisi degli esperti (o presunti tali) in materia.
Il risultato è che anche loro vengono influenzati dal generalizzato intendere l’area di rigore come un luogo in cui vige un regolamento molto più sensibile ai contatti rispetto al resto del campo.

Negli ultimi anni, secondo il mio parere, abbiamo assistito a due fenomeni tra loro indipendenti ma strettamente collegati:
- in area di rigore viene applicato in termini molto più restrittivi il regolamento per contatti anche minimi;
- i calciatori spesso entrano in area non per creare un’azione pericolosa ma più per cercare un contatto che possa portare alla concessione del calcio di rigore.

Un presupposto da tener presente, per comprendere la psicologia arbitrale, è quasi banale: sono esseri umani.
Così come molti vengono influenzati dalle opinioni di persone di cui si fidano (si pensi, per esempio, a familiari, opinion leader, politici, influencer che vengono definiti con tal termine non certo per caso), allo stesso modo anche gli arbitri possono subire il comune sentire.
Naturalmente è da evitare il concetto secondo cui “gli arbitri favoriscono le grandi squadre per evitare problemi”. In realtà, se ben ci pensiamo, le grandi polemiche nascono soprattutto per i torti (o presunti tali) subiti dalle squadre più blasonate e con maggior seguito. Tale fenomeno si è accentuato enormemente negli ultimi anni grazie ai (o a causa dei) social che veicolano i pensieri di migliaia di persone con pochi caratteri scritti da un cellulare.

Ovvio che, per quanto un arbitro possa tentare di rimanere estraneo alle dinamiche massmediatiche, lo stesso possa esserne influenzato senza nemmeno rendersene conto per due motivi precisi:
1 – vivono, come tutti, all’interno di una comunità, di cui ascoltano voci ed opinioni;
2 – sono esseri umani come tutti.

Ed è proprio quest’ultimo aspetto che spesso non viene preso in considerazione o, peggio, non compreso.
Esattamente come tutti gli esseri umani anche gli arbitri sono soggetti fallibili per definizione: non esiste l’infallibile, esiste l’Onnipotente solo per chi è credente. E, sempre per definizione, l’Onnipotente non ha i comuni difetti dell’uomo.

Prendiamo un esempio recentissimo.
Derby di Roma, novantesimo minuto.
Pellegrini si scontra in elevazione con Samardzic dell’Udinese.
L’arbitro Rapuano vede un gomito alto colpire al volto il calciatore ospite. Il braccio alto c’è, effettivamente, ma il colpo non arriva sul volto ma sulla spalla.
L’arbitro Rapuano, essere umano fallibile, interpreta il gesto come imprudenza (gomito sul volto in elevazione è praticamente sempre imprudenza e, pertanto, cartellino giallo) ed ammonisce per la seconda volta il capitano della Roma (che verrà poi squalificato automaticamente per il derby con la Lazio).
Tralasciando il discorso VAR (che, come sappiamo, non può intervenire sui cartellini gialli, nemmeno se lo stesso porta ad una espulsione per doppia sanzione), è chiaro che l’errore (perché di errore si tratta) è dovuto alla fallibilità dell’essere umano. In questa circostanza l’arbitro ha dovuto assumere una decisione gravosa sulla base di una sua interpretazione, senza avere avuto la possibilità di rivederlo, ciò che invece abbiamo potuto fare noi a casa, comodamente seduti in poltrona.

Lo stesso vale per i calci di rigore.
Molto spesso si decide sulla base dell’intuito e dell’esperienza, inutile negarlo. Chi ha arbitrato almeno una decina d’anni è consapevole che, in talune occasioni, si valuta sulla base di macrosistemi: la tal dinamica porta al rigore 99 volte su 100 perciò, anche se non l’arbitro non ha ogni informazione necessaria, basa la propria scelta sulla base di episodi simili capitati in precedenza.

Purtroppo capita che venga perduto qualche “pezzetto” che porta ad errori più o meno gravi.
Prendiamo, per esempio, due episodi simili.
In Genoa-Fiorentina l’arbitro Marinelli vede una spinta di Pandev su Pulgar che poi frana su Behrami. Non fischia nulla (sarebbe stato meglio un calcio di punizione a favore della Fiorentina, per la cronaca) ma interpreta bene la fattispecie.
Tre giorni dopo l’arbitro Fourneau fischia un calcio di rigore simile con dinamica paragonabile: Behrami commette un fallo su Bonifazi che poi finisce addosso a Kallon, atterrandolo. La decisione corretta avrebbe dovuto essere calcio di punizione a favore del Bologna.

Ecco spiegato, in poche parole, il grande problema e che non sarà MAI superato: l’interpretazione di un episodio dipende spesso da più eventi concatenati, cioè dinamica, sviluppo dell’azione, prospettiva ideale, decisione.
L’ultimo punto, la decisione, non potrà mai essere del tutto omogenea: ovviamente la sensibilità del singolo è soggettiva, non potrà mai esserci oggettività assoluta perché non si tratta di giudicare se la pallina è fuori o dentro il campo oppure se un giocatore si trovi o meno in posizione di fuorigioco.
Ciò vale, a maggior ragione, su un campo di calcio perché è uno sport di contatto e, come tale, non una scienza esatta ma interpretabile.
Anche perché, se ci fermassimo un attimo a riflettere, arriveremo alla soluzione della questione attraverso un ragionamento molto banale:
- sui social spesso ci si divide esattamente a metà su un episodio;
- per quale motivo non potrebbero essere divisi su un episodio due arbitri che giudicano sulla base della propria soggettività?
Nessun aiuto a qualcuno, nessuna tesi complottara, nessun disegno di palazzo, nessuna idiozia spesso vaneggiata da taluni: semplicemente sono arbitri che in campo valutano sulla base della propria sensibilità.

Altro discorso, naturalmente, sui rigori.
Negli ultimi anni abbiamo visto tanti, troppi rigorini fischiati.
Contatti che dieci anni fa non venivano nemmeno presi in considerazione e che oggi, invece, spesso portano ad un tiro dagli undici metri.

La vera criticità che dovrà essere superata (ed il compito è tutto sulle spalle di Rocchi e dei suoi arbitri) è di far comprendere, attraverso i fatti, che in area di rigore i calciatori devono imparare nuovamente a stare in piedi e che i rigori devono essere sanciti solo nel caso in cui ci sia un intervento irregolare e non un banale contatto.
Come ripetuto più volte da Rizzoli negli scorsi anni (perché non dobbiamo dimenticare Rizzoli: ha commesso degli errori ma ci sono anche tante positività), “non ogni contatto è fallo”.
Questo concetto, allo stesso tempo banale e fondamentale, troppo spesso viene dimenticato.

Fateci caso.
Quante volte vi è capitato di sentire “prende il pallone” (travolgendo l’avversario) per contestare una sanzione tecnico/disciplinare e, magari nella stessa partita “effettivamente prende con l’alluce del piede destro il tallone dell’avversario, rigore netto”?
Spesso.
E’ proprio questo il punto: troppo spesso un contattino infinitesimale in area viene percepito come rigore netto ed una giocata palesemente irregolare bollata come errore per “aver preso (anche) il pallone”.

Mi è piaciuto molto l’allenatore del Sassuolo dopo la sconfitta con l’Atalanta che ha evidenziato, a suo parere, un mancato rigore per contatto tra Maehle e Djuricic. Mi è piaciuto per il tono disteso, non polemico ed educato.
Allo stesso tempo, però, questa esternazione ha rimarcato una criticità: per contatti minimi, come quello di Maehle su Djuricic, gli stessi addetti ai lavori si aspettano una sanzione tecnica ed è questa la problematica da superare.
In sintesi: il compito di Rocchi e degli arbitri sarà di (RI)abituare calciatori ed addetti ai lavori a commentare episodi che possano effettivamente essere oggetto di discussione e non contatti marginalissimi che, in epoche nemmeno troppo lontane, sarebbero stati considerati come banali contatti di gioco.

Esempi?
Romagnoli-Bonucci e Chiellini-Diaz in Juventus-Milan: se ne discute ma non si dovrebbe perdere nemmeno un secondo su episodi come questi che sono stati e devono tornare ad essere normali contatti di gioco.

E la linea di Rocchi, che sposo pienamente, è proprio questa.
Ci vorrà tempo, si dovrà lottare anche contro i mestatori dei social ma sono convinto che sia la strada giusta per tornare a vedere il gioco del calcio e non il gioco della “caccia al calcio di rigore”...

Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog prima, e il canale Youtube in seguito, nati come un passatempo, sono diventati un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati. Da questa stagione è talent arbitrale per DAZN.

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