La violenza nel calcio, punto di non ritorno

Due settimane fa, in occasione di una gara di Prima Categoria del Piemonte, l’allenatore del Carpignano (di cui non cito il nome perché ho sempre detestato le gogne mediatiche) ha colpito con un pugno al volto un arbitro torinese.
La decisione del Giudice Sportivo è stata non esemplare ma, semplicemente, perfetta: cinque anni di squalifica con divieto di inquadramento in qualsiasi ruolo della Federazione.

Domenica scorsa analogo avvenimento in Liguria, ancora in Prima Categoria, con arbitro colpito al volto con un pugno da un dirigente (per la precisione il massaggiatore) e, successivamente, colpito alla testa con la bandierina da parte dell’assistente di parte (fino all’Eccellenza questo ruolo è occupato, per mancanza di arbitri, da un tesserato per parte).

Ieri è arrivata la sentenza in merito a questi fatti: due anni per chi ha sferrato il pugno al volto, due anni e mezzo all’assistente di parte.

Una decisione che ha, ovviamente, lasciato stupefatti.
Tralasciamo per un attimo i due anni e mezzo all’assistente di parte.

Come sempre bisogna affidarsi al referto dell’arbitro e, di conseguenza, a quanto riportato dal Giudice Sportivo.
Ebbene, leggendo le motivazioni del Giudice Sportivo della Liguria emerge un fatto sostanzialmente identico a quello avvenuto due settimane fa (molti di coloro che leggono avranno visto le immagini dell’aggressione, pubblicate da tutti i maggiori quotidiani nazionali, sportivi e generalisti).

In particolare leggiamo quanto segue:
“Preso atto che, al termine della gara, mentre il ddg si trovava ancora sul terreno di gioco e circa 5 giocatori della società Qxxxxxxxxxxx protestavano per una sua decisione tecnica, il signor Sxxxxxx Mxxxxxx, svolgente le funzioni di massaggiatore per la suddetta società, gli si avvicinava da un lato e, senza che lo stesso direttore di gara potesse prevederlo, visto che si trovava dietro ad un calciatore, lo colpiva con un forte pugno al volto all'altezza della bocca”.

Basta questa semplice descrizione per evidenziare un fatto inoppugnabile: i fatti descritti sono sostanzialmente identici a quelli avvenuto due settimane fa in Piemonte e puniti con una squalifica decisamente superiore.

Qualcosa non quadra.
Ora, ho sempre sostenuto che le sentenze si rispettano ma, in questo caso, c’è qualcosa che non può essere sottaciuto.
Poniamo il caso che il dirigente del Carpignano volesse impugnare la sentenza a suo carico (ben più “pesante”).
Ebbene, in tal caso questo precedente creerebbe non pochi imbarazzi al Giudice d’Appello: per quanto possa essere in disaccordo con la decisione del Giudice Sportivo della Liguria, come si potrebbe trovare una giustificazione a due sentenze così differenti su episodi simili?

A nulla vale il fatto che l’autore del gesto più recente, come scritto anche in sede di motivazione della decisione, si sia recato in ospedale per scusarsi con l’arbitro.
Anche in occasione dei fatti in Piemonte l’allenatore del Carpignano si è scusato con il direttore di gara.
Di più: nei giorni successivi ha accettato di rilasciare pubbliche dichiarazioni assumendosi tutte le responsabilità di quanto accaduto ed affermando di essere pronto a subire le conseguenze del caso.
Nulla in merito da parte dei dirigenti coinvolti nell’episodio ligure, se non un intervento del presidente della suddetta società che (testuale) ha dichiarato quanto segue:
“Non è successo nulla di grave, di questo sono certo. Ho visto l'arbitro dopo la partita nello spogliatoio e non mi sembrava sconvolto ma sinceramente non so cosa sia accaduto. L'episodio è avvenuto in un angolo nascosto del campo. Il direttore di gara denuncia di aver subito violenza, vedremo di risolverla come meglio possiamo. Se è successo qualcosa di sgradevole. L'arbitro ha concesso 6' di recupero senza segnalarlo ha fatto proseguire fino alla rete del pareggio degli ospiti. Secondo noi la direzione di gara non è stata delle migliori"

In sostanza, se proprio vogliamo trovare qualche differenza tra i due episodi, sono arrivate scuse molto più sentite dopo l’episodio in Piemonte rispetto a quanto accaduto in Liguria, con il presidente della società che non solo ha minimizzato ma addirittura colto l’occasione per contestare la direzione di gara di un arbitro che ha dovuto rivolgersi al Pronto Soccorso (prognosi di sei giorni, salvo complicazioni, a dimostrazione del fatto che l’episodio di violenza c’è stato) in conseguenza di quanto subito.

Da parte mia credo che si sia giunti ad un punto di non ritorno e che queste decisioni, completamente differenti l’una dall’altra a fronte di episodi quantomeno molto simili, siano un enorme problema che deve essere risolto velocemente dalla Federazione.

Lo dico a chiare lettere: sono stufo marcio di parole su argomenti marginali e scarso interesse per questi schifosi atti di violenza.
Non se ne può più di atti di solidarietà postumi e di decisioni che lasciano sbigottiti.
E’ totalmente inutile battersi per una miglior conoscenza del gioco, per la diffusione dello stesso tra i giovani se poi non si colpisce con la giusta fermezza chi compie atti che non c’entrano niente non solo con l’ambito sportivo ma con la vita civile.
L’AIA, con ogni probabilità, incaricherà i propri legali per assistere gratuitamente chi ha subito la vergognosa aggressione (e, se non lo facesse, lo evidenzierò ovunque mi sarà possibile) ma la questione è ben più seria.

Siamo in un periodo nel quale tutte le persone di buona volontà si stanno impegnando per pubblicizzare il corso arbitri che sta per partire nelle oltre 200 sedi d’Italia.
Io stesso, senza alcuna richiesta da parte dell’Associazione (…), ho pubblicato e parlo regolarmente dei corsi, perché l’attività arbitrale mi ha insegnato tantissimo (e rifarei ogni singola scelta, forse iniziando a 16 anni e non a 22).
Ma, di fronte a questi casi di violenza, chi non si porrebbe qualche domanda? Vale veramente la pena impegnarsi in un’attività del genere per poi rischiare aggressioni vili come queste?
Lasciamo perdere i 40 euro scarsi che rimangono in tasca ad un arbitro per una gara di Prima Categoria (e spesso manco quelli, una volta sottratte le spese di viaggio), ma quali messaggi passano da queste decisioni?
Due anni per un pugno al volto e sei giorni di prognosi?
Ma stiamo veramente scherzando?
Ovviamente l’AIA si è già mossa affinché venga presentato ricorso contro questa decisione (l’AIA non può impugnare direttamente una decisione, spetta alla Procura Sportiva della FIGC) e ritengo corretto tale iniziativa: le sentenze vanno rispettate a meno che le stesse siano completamente inappropriate rispetto ai precedenti e, soprattutto, alla gravità del fatto.

Purtroppo sono anni che parliamo sempre dello stesso argomento.
Ho detto più volte nei mesi scorsi che il nuovo corso dell’AIA potremo giudicarlo tra un paio d’anni: bisogna lasciare il tempo per agire.
Quanto sta accadendo in queste settimane, però, sarà un primo, importantissimo esame per la gestione Trentalange.
Per anni abbiamo sentito Nicchi minacciare scioperi contro la violenza ma, in realtà, in dodici anni non c’è mai stato nulla di tutto ciò.
Adesso è il momento di farsi sentire.
E’ il momento di dimostrare concretamente che si vuole girare pagina rispetto alle parole dei dodici anni precedenti.
Non basta affiancare l’arbitro aggredito alla successiva partita (a che serve?), non basta nemmeno designarlo per un’amichevole di una squadra importante (gesto apprezzabile ma che non sposta una virgola del problema).

Proclamare uno sciopero unilaterale dell’AIA?
La risposta è no.
La risposta è no non tanto per le implicazioni che una tale azione provocherebbe (potrebbe addirittura concretizzarsi il commissariamento dell’associazione) ma perché questo non è un problema dell’AIA.
Per la precisione: non è un problema SOLO dell’AIA.
La violenza è un problema anche della Federazione dato che questi atti avvengono sui campi nei quali si svolgono campionati organizzati dalla FIGC.

Per un anno il calcio dilettantistico non è esistito.
E’ mancato a tutti, anche a chi vi scrive.
La settimana scorsa, approfittando della pausa del campionato, ho visto una partita di seconda categoria tra Cavallasca e LarioIntelvi.
E’ stato bello. Mi sono divertito. Sono rimasto fino alla fine perché, nonostante qualche scontro sopra le righe in campo, gli spettatori sono stati sempre rispettosi tra loro e con l’arbitro (peraltro autore di una prestazione eccellente).

Ebbene, il calcio deve essere soprattutto divertimento, a maggior ragione in queste categorie nelle quali non esistono interessi economici ma solo obiettivi sportivi.

La FIGC deve essere in prima fila per salvaguardare lo sport che tutti amiamo e, proprio per questo motivo, mi auguro che lanci delle iniziative concrete.
In primo luogo non si devono più vedere sentenze come quella che abbiamo letto: un pugno, debole o violento che sia, NON PUO’ essere punito con SOLI due anni di squalifica. Fortunatamente c’è tempo per rivedere questa scelta.

Oltre a ciò ritengo che al prossimo episodio di violenza la FIGC sarà tenuta ad un’azione forte in coordinamento con l’AIA: esclusione delle società coinvolte in episodi di violenza da qualsiasi competizione con relegazione della stessa all’ultimo posto della graduatoria. Non c’è altra via.
Perché la violenza non può avere diritto di cittadinanza.

E, soprattutto, perché tra poco tempo ad arbitrare ci andranno direttamente i dirigenti delle società...

Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog prima, e il canale Youtube in seguito, nati come un passatempo, sono diventati un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati. Da questa stagione è talent arbitrale per DAZN.

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