Come sempre la premessa è d’obbligo: quelle che seguono sono semplici opinioni personali che valgono esattamente quanto le opinioni di qualunque altro osservatore, esterno od interno che sia.
La questione ormai la conosciamo tutti.
Orsato, domenica sera, è apparso su Rai Due come ospite della trasmissione 90° Minuto: per la prima volta dopo trent’anni, un arbitro in attività ha potuto parlare, autorizzato dal nuovo presidente dell’AIA Trentalange.
Un’apertura di cui si sentiva la necessità perché, nel 2021, non è più giustificabile che gli arbitri siano l’unica componente del calcio che non abbia la possibilità di esprimere le proprie opinioni, anche su episodi cruciali che li abbia visti coinvolti.
Quel che è accaduto successivamente è tristemente noto: Orsato ha ammesso l’errore commesso tre anni fa nel famoso episodio Pjanic/Rafinha e, nel breve volgere di pochi minuti, sono riemerse polemiche rumorose su quella serata del 2018 e sulla mancata seconda ammonizione del centrocampista della Juventus.
La settimana passata, proprio in questo spazio, ero stato facile profeta nell'articolo di venerdì scorso: avevo scritto, infatti, che questa rivoluzione avrebbe dovuto svilupparsi per gradi, in modo tale che si veicolasse per fatti la necessità non di soddisfare le curiosità polemiche del mondo social (comprendendo nello stesso i semplici appassionati ed i professionisti della comunicazione) ma di diffondere capillarmente la tecnica arbitrale.
Parliamoci chiaramente: non c’era alcuna necessità di sentire Orsato per avere contezza del fatto che, in quella serata, commise un errore. Chiunque, sia esso giornalista, calciatore, dirigente, allenatore, appassionato, conduttore televisivo sapeva perfettamente che la mancata ammonizione di Pjanic era stato un errore.
Evidente, perciò, che tutto ciò che ha seguito l’intervento di Orsato in televisione era già stato più o meno programmato: aspettare la scontata ammissione dell’errore per rinfocolare polemiche su un episodio di tre anni fa.
Il motivo?
Non certo la conoscenza o l’informazione.
Il motivo è rappresentato dal gravissimo problema dell’informazione veicolata dai social: la ricerca di consenso.
Non c’è alcun obiettivo di informazione (a parte qualche rara eccezione), l’obiettivo di gran parte delle persone presenti sui social è di attirare l’attenzione su se stessi.
E così si è tornati a parlare di registrazioni mai esistite (dato che, su seconde ammonizioni, il VAR semplicemente rimane in silenzio e sarebbe ben difficile ascoltare colloqui che non ci sono mai stati), della sempre verde teoria della malafede. Insomma, il rosario delle banalità per fidelizzare gli utenti più impressionabili.
L’errore, però, è innegabile: era ovvio che una domanda su quella partita sarebbe stata posta.
E, giornalisticamente, non è nemmeno sbagliata. Anzi, al contrario, un giornalista deve porre quella domanda perché la curiosità mediatica esige che un arbitro, a distanza di anni, esprima la propria sensazione in merito, finanche per un episodio banale nella lettura.
Ma proprio perché la domanda era necessaria, il mezzo è apparso del tutto sbagliato.
La domanda a cui dobbiamo rispondere è la seguente: a cosa deve servire la presenza pubblica di un arbitro?
La risposta è scontata: cercare di essere un aiuto per comprendere il motivo di una decisione e, eventualmente, spiegare il perché si sia arrivati ad una scelta sbagliata.
Ci arriveremo, dopo questa parentesi.
Pensiamo alle possibili risposte che avrebbe potuto fornire Orsato ed alle reazioni.
1 - “Non ho sbagliato, sono ancora convinto che quell’episodio non dovesse essere sanzionato con il cartellino giallo”.
La reazione sarebbe stata scontata: polemiche a non finire su un arbitro che prende in giro gli spettatori non ammettendo un decisione palesemente sbagliata.
2 - “Non rispondo alla domanda”.
La reazione sarebbe stata scontata: polemiche a non finire per non aver voluto ammettere l’errore.
Insomma, qualunque fosse stata la risposta, le conseguenze sarebbero state negative.
Il problema è che Orsato, ad oggi, non dirige l’Inter da quasi tre anni ma, in questo stesso periodo, è sceso in campo regolarmente per le partite del Napoli.
Dopo questo caos mediatico (che si è trasferito anche su alcuni dei più importanti quotidiani nazionali, sportivi e non) sarà complesso designare l’arbitro veneto per le gare dei partenopei dato che le polemiche sarebbero enormi: non nascondiamoci dietro ad un dito cercando di convincerci che non sarà così…
Torniamo all’intervista.
Nel corso della stessa Orsato ha detto, con estrema naturalezza, non solo di aver sbagliato ma, soprattutto, il motivo.
La naturalezza con cui Orsato ha espresso il concetto è significativa: perché la motivazione resa è la più scontata possibile ma chiara alle persone che col mondo degli arbitri hanno avuto direttamente a che fare e cioè la troppa vicinanza con l’azione di cui si parlava.
Ed è proprio questo il punto, la spiegazione resa è quasi banale: “ero troppo vicino”.
Ma quel che non si è riusciti a comprendere è che la conoscenza del mondo arbitrale è talmente ai minimi termini (anche per colpa “nostra” che, per decenni, ci siamo chiusi in una torre di cristallo) che tale affermazione è stata interpretata come una sorta di presa in giro.
In realtà, proprio per inseguire l’obiettivo che dovrebbe essere alla base della comunicazione mediatica, il punto focale avrebbe dovuto essere la spiegazione di quell’argomentazione: un arbitro avrebbe dovuto essere incalzato su questo elemento, chiedendo allo stesso che cosa intendesse dire con l’affermazione di essersi trovato troppo vicino.
Ovviamente questa domanda non è arrivata e la conseguenza è stata la facile battuta secondo la quale a creare l’errore sarebbe stata la presbiopia di Orsato.
In realtà la spiegazione fornita è perfetta: quante volte ho insistito sulla rilevazione della posizione di un arbitro nel momento in cui viene chiamato a decidere su un determinato episodio? Praticamente ogni volta che affronto un episodio inizio proprio dalla posizione dell’arbitro perché è fondamentale comprendere che la visione d’insieme necessita di una linea di osservazione precisa: non troppo vicino (perché si rischia di perdere la dinamica complessiva della fattispecie) né troppo lontano (perché è facile perdersi qualche informazione fondamentale per optare per la giusta scelta tecnica e disciplinare).
Ecco il motivo per cui sarebbe stato necessario (e rimane necessario) scegliere un mezzo completamente diverso per iniziare a comunicare con l’esterno: aprire ad interviste del genere non è solo rischioso ma controproducente, come abbiamo potuto facilmente appurare nei giorni successivi, nei quali si sono sprecate polemiche e titoloni di quotidiani.
Per quanto mi riguarda la scelta corretta avrebbe dovuto essere e dovrebbe essere quella di utilizzare, perlomeno nella fase iniziale, due mezzi non per forza alternativi:
- una voce ufficiale in rappresentanza della classe arbitrale. Il nome è di immediata identificazione: Gianluca Rocchi che, di fatto, è stato ingaggiato dalla Federazione proprio come figura di collegamento tra le società e l’AIA;
- utilizzo dei canali ufficiali dell’AIA. In tal senso mi piace molto l’idea di interviste tra arbitri in attività (che, lo ribadisco, devono avere l’opportunità di esprimersi personalmente) ed esperti del settore, in grado di veicolare le interazioni per facilitare la conoscenza del regolamento, delle dinamiche di campo, dell’approfondimento dei motivi che hanno portato ad una decisione (sia essa giusta o sbagliata).
La comunicazione non è un argomento semplice.
Nell’era della comunicazione globale non è sufficiente presentarsi davanti ad una telecamera e rispondere alle domande.
Nell’era della comunicazione globale è fondamentale prevedere quel che potrebbe accadere, i risvolti positivi e negativi ipotizzabili, decidere sulla base di informazioni il più complete possibili (esattamente come in campo: più elementi a disposizione corrispondono a decisioni più precise).
Un ultimo appunto.
Illudersi che i massmedia (in generale, con qualche eccezione) siano interessati a conoscere le motivazioni tecniche e regolamentari di una certa decisione è sbagliato.
Viviamo in un periodo molto strano, nel quale l’informazione non è l’obiettivo primario. L’obiettivo primario, nell’era dei social, è apparire.
E con cosa si appare più velocemente?
Ovviamente con notizie scandalistiche, con cinguetii che si prestano all’indignazione popolare o post facebookiani di attacco ad una categoria che, storicamente, non è mai stata amata dal pubblico dei tifosi che vedono spesso disegni complottari alle proprie squadre del cuore.
Calarsi in questo modo nell’agone dell’informazione attuale è un suicidio: significa darsi in pasto a centinaia di profili (badate bene: profili social, non altro) che non vedono l’ora di raccogliere quintali di like per attacchi diretti ad una categoria che, per quanto legittimata a rispondere, preferisce continuare a non interagire sui nuovi media (pensate a quanti arbitri abbiano un profilo pubblico: siamo vicinissimi a zero).
In sintesi: come scritto la scorsa settimana, la strada scelta è la più sbagliata possibile.
Alle televisioni nazionali (ed anche locali, perché no?) si potrà arrivare tra qualche tempo, dopo aver “indicato” la strada che si vuole perseguire.
Altrimenti aspettiamoci altri post intervista sulla falsariga di quanto abbiamo visto nei giorni successivi a 90esimo minuto di domenica: a Giacomelli verrà chiesto di Lazio-Torino, a Fabbri di Lazio-Juventus, a Mazzoleni della Supercoppa di Pechino e via discorrendo.
Il risultato sarà un linciaggio pubblico che porterà, inevitabilmente, ad una nuova chiusura di ogni canale comunicativo.

Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog prima, e il canale Youtube in seguito, nati come un passatempo, sono diventati un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati.

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