Spesso si ascolta il consiglio di una persona più “anziana” con un misto di fastidio e noia perché è nell’indole del giovane pensare che non si abbia necessità di tenere in dovuto conto l’esperienza altrui.

Se avete deciso di leggere le prime righe di questa piccola guida, siete già molto avanti nella comprensione della figura arbitrale: nessuno nasce con un fischietto alle labbra ma spesso si lascia la vita terrena con la divisa virtualmente tatuata sul corpo.

Il primo insegnamento ricevuto dalla mia sezione (ricordatevi sempre che quei locali sono il vostro punto di riferimento, molto prima di piccole indicazioni di un [purtroppo] ex arbitro) è che non è mai una perdita di tempo ascoltare chi è stato arbitro prima di voi. Come detto in una precedente occasione, è una qualità personale anche quella di selezionare quel che ci è utile e quel che è superfluo.

Veniamo al punto.
Ricalcherò, a grandi linee, quella che rappresentava la prima lezione del corso arbitri, del quale sono stato istruttore per anni presso la sezione di Como.
Avete deciso, per chissà quale motivo, di frequentare il corso.
Avete ascoltato i racconti di un amico, avete visto in televisione Rocchi od Orsato, avete sentito di diarie per ogni partita e di tessere per entrare in uno stadio gratuitamente.
Ebbene, sappiate che con i rimborsi spese non diventerete mai ricchi, che allo stadio ci andrete pochissimo perché spesso sarete impegnati come protagonisti sul terreno di gioco e che essere spettatori non è una caratteristica del nostro mondo.

Come comportarsi, dunque, in preparazione della partita?
Avete presente i calciatori che arrivano allo stadio con delle enormi cuffie alle orecchie?
Sì?
Perfetto, dimenticatevele.
Al campo (sia esso quello dell’oratorio o, tra qualche anno, lo stadio di una grande città) non si arriva né col telefono all’orecchio né con le cuffie in testa.
Non è un questione di rispetto o di formalismi. Per comprendere quanto sia giusto o sbagliato un gesto, bisogna virtualmente immaginarsi nel ruolo opposto: come reagireste nel caso in cui un dirigente vi accogliesse mentre sta parlando al telefono oppure seguendo le note di una musica da discoteca?
Vi sentireste un po’ poco rispettati, giusto?
Ricordo sempre con piacere un concetto che mi disse vent’anni fa (quanto passa il tempo…) un grande dirigente: “a meno che non si combinino disastri epocali, dopo due giorni nessuno ricorda più nulla di una partita arbitrata. Ma il primo incontro è quello che ci si ricorda per dieci anni”.
Nulla di più reale ma la veridicità di tale affermazione mi è risultata chiara solo dopo anni, nel momento in cui ho cominciato a ricevere nuovi clienti negli uffici della mia attività professionale. Un primo sguardo non è sufficiente per comprendere chi si abbia davanti ma un buon “biglietto da visita” è importante per iniziare bene una collaborazione, che sia di tre ore oppure pluriennale.

Non è necessario presentarsi ad una partita di juniores provinciali in giacca e cravatta. Anzi, per la verità sarebbe quantomeno fuori luogo. Ciò non significa libertà assoluta di arrivare all’impianto “come capita”: sempre meglio avere un aspetto ordinato, tendere la mano, salutare usando la terza persona singolare (a meno che non siano persone che vedete per la ventesima volta). Un mix necessario di formalismo e di naturalezza, evitando di denotare nervosismo.

Una volta presentati al dirigente incaricato di ricevere l’arbitro, è buona norma salutare (con la medesima formalità) anche i dirigenti della squadra ospitata. Non è un obbligo ma esprime implicitamente un messaggio importante: “oggi sono qui per arbitrare in modo equanime, non per favorire chi mi ospita”.
Messaggio scontato?
Certamente: non esiste un arbitro che favorisca una squadra o l’altra. Dovrebbe essere un fatto genericamente accettato ma anche voi vivete in questa società, perciò sapete che questi preconcetti esistono in Serie A ma anche nello sperduto campetto in terra battuta della pianura padana o del tavoliere delle Puglie.

Una volta entrati nello spogliatoio, le procedure risulteranno all’inizio un po’ confuse ma, dopo qualche mese, tutto apparirà normalissimo.

Andiamo per ordine e per punti:
- chiedere alle società di vedere le divise per scegliere la propria (al netto della particolare situazione di questo periodo che non va affrontata in questa sede);
- preparare la propria divisa;
- accogliere i dirigenti che porteranno i documenti identificativi e le distinte dei calciatori. Per quanto concerne questo passaggio è sempre da tener presente un consiglio: aspettate che entrambi i dirigenti siano pronti per farli entrare ed uscire insieme. Concetto simile a quello espresso sul saluto all’arrivo: meglio un gesto sovrabbondante che un gesto mal interpretabile. In tal senso meglio accogliere sempre assieme le società, lasciare la porta aperta in questi minuti e poi congedare entrambi nello stesso momento;
- controllare i documenti ricevuti dalle società, con la calma necessaria;
- entrare in campo per un breve riscaldamento una mezz’ora prima dell’orario del fischio di inizio (evitando l’utilizzo della divisa ufficiale nel caso in cui il campo sia infangato: non è consigliabile iniziare con una maglia già sporca);
- rientrare negli spogliatoi, controllare il pallone di gara, indossare la divisa, richiamare le squadre;
- iniziare, con il dovuto rispetto dell’ospitalità, con il riconoscimento della squadra ospite, portando negli spogliatoi solo i loro documenti (onde evitare spiacevoli incidenti, tipo dimenticarsi qualcosa in giro);
- salutare sempre il capitano (magari imparandone a memoria cognome e numero di maglia prima di entrare) e l’allenatore;
- evitare di essere troppo precisi nelle indicazioni. Anzi, imparate subito a non farvi strumentalizzare: “signori (o ragazzi), in bocca al lupo e buon divertimento”. Nulla di più soprattutto perché dirigenti e calciatori, se non conoscono il regolamento, non lo imparano in due minuti. E poi ci siete voi, chiamati dal designatore proprio per far rispettare il regolamento. L’importante è che voi arbitri lo conosciate: dovete applicarlo, calciatori e dirigenti devono solo rispettarlo.
Se non lo conoscono, problemi loro.

Una volta finita tutta questa lunga preparazione, è il momento di entrare in campo.
Ultima raccomandazione: non dimenticate mai di divertirvi perché, in fondo, arbitrare è prima di tutto un hobby sano ed educativo...

Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog (www.lucamarelli.it) è nato come un passatempo e sta diventando un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati.

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