Problema reclutamento: che fare?

Troppo facile criticare senza proporre soluzioni. Una questione aperta ormai da tempo: i tribuni che sono sempre pronti a criticare tutto e tutti senza mai offrire un’ipotesi alternativa. Facile ottenere consensi populistici mettendo alla gogna una persona o, più spesso, un’intera organizzazione senza mai avanzare la minima proposta per ovviare ad una criticità riconosciuta.

L’AIA deve affrontare una questione di enorme importanza: la mancanza di arbitri (in particolare nelle categorie regionali e provinciali) che, in queste settimane, ha costretto alcune sezioni (tante, per la verità) a rinviare a data da destinarsi un gran numero di partite per l’impossibilità di reperire un arbitro disponibile.
E per disponibile non si intenda “un arbitro che avesse voglia di scendere in campo” bensì “un arbitro che non fosse già impegnato in qualche altra gara”.

La criticità è talmente esasperata che gli stessi arbitri di Serie A sono stati impegnati in partite designate dalle sezioni per tentare di portare a termine il programma settimanale.
E’ successo in Piemonte (Serra di Torino), in Emilia Romagna (Prontera di Bologna), accadrà di nuovo nel prossimo weekend con Piccinini (sezione di Forlì) e Rapuano (sezione di Rimini) che, con eccellente spirito associativo, offriranno il proprio contributo dirigendo gare dell’Under 17 provinciale.

Certamente un gesto di appartenenza a cui dobbiamo plaudire ma che, in realtà, porta all’emersione di un problema gigantesco all’interno dell’associazione.

Nel 1994, anno in cui sono entrato a far parte dell’associazione, la sezione di Como (a cui sono sempre appartenuto e di cui mi sento parte tutt’ora, nonostante sia stato escluso anche in occasione dei festeggiamenti per i 90 anni, avvenimento a cui erano presenti anche tante personalità extra-AIA) contava su quasi 300 associati.
Questo numero elevato di ragazzi permetteva ai designatori di poter scegliere il direttore di gara più opportuno per la singola gara e, soprattutto, la possibilità a molti di “rifiatare”, cioè di avere un weekend libero.
Oggi la sezione di Como è scesa ampiamente sotto i 200 associati. Con salti mortali e tripli turni (arbitri che scendono in campo il sabato pomeriggio, la domenica mattina e la domenica pomeriggio), sono pochissime le gare rinviate.
Paradossalmente, però, la sezione di Como si trova in una posizione quasi privilegiata dato che riesce, in qualche modo, a far fronte ai numerosi impegni.

Al numero sempre minore di arbitri, peraltro, fa da contraltare il numero delle squadre iscritte ai vari campionati che, nonostante la pandemia, non si è contratta: anzi, la sosta forzata di oltre un anno ha aumentato a dismisura il desiderio dei ragazzi di confrontarsi con i coetanei su un terreno di gioco. Ciò significa un numero maggiore di partite in calendario ma un numero sempre in diminuzione di giovani che desiderino intraprendere l’attività arbitrale.

Ma come si è arrivati a questo disastro associativo?
La nuova dirigenza non è esente da colpe (ci torneremo più avanti) ma è indubbio che la questione abbia radici lontane.
Nicchi, in una delle sue dichiarazioni avventurose, disse che l’obiettivo della presidenza e del comitato nazionale era di arrivare a 40000 associati (perciò con un incremento di circa 7000 unità rispetto al giorno in cui, nel 2009, vinse le elezioni superando Matteo Apricena della sezione di Firenze).
Un periodo di dodici anni durante i quali abbiamo sentito promesse di ogni tipo che, a parte qualche minima eccezione, sono rimaste tali.

Non ho alcuna intenzione di tornare su quel periodo, finalmente interrottosi nel febbraio scorso: fortunatamente è finito e, per quanto alcuni dirigenti siano rimasti gli stessi, si sta voltando pagina (anche se gli errori non mancano, inutile negarlo).
Quel che è più interessante sono i dati: Nicchi ha lasciato l’AIA con meno di 29000 associati, decisamente lontani dai 40mila ipotizzati pochi anni fa e, soprattutto, in netto calo rispetto al giorno in cui ha assunto la presidenza dell’AIA.
In sostanza: un fiasco completo in quest’ambito.

Sarebbe, però, ingeneroso non ricordare un altro avvenimento che, unito al disastro della presidenza Nicchi, ha contribuito non poco e che ha portato a questa vera e propria emergenza: la pandemia.
Era scontato che, alla ripresa dell’attività, un buon numero di arbitri non vedesse l’ora di tornare in campo.
Ma era altrettanto scontato che molti giovani avrebbero deciso di non riprendere più, scoraggiati dalla mancanza di attività e, soprattutto, indirizzati a passare il proprio tempo in altre direzioni.

Trentalange ha “annusato” questa ipotesi nefasta ed ha provato a porre dei rimedi. Il primo, più concreto, è stato quello di innalzare i limiti di età: se fino alla scorsa stagione si poteva scendere in campo fino ai 45 anni di età, da questa stagione il limite è stato innalzato a 50 anni (e, naturalmente, previo rilascio di idoneità agonistica: sulla salute non si scherza, non basta un certificato medico).
Non solo: per implementare il reclutamento di nuovi arbitri, i corsi aperti in tutta Italia sono stati resi disponibili anche ai 40enni. Fino alla scorsa stagione il limite di età per accedere all’attività è stata di 35 anni.
Infine ha consentito a chiunque ne avesse i requisiti di rientrare nell’AIA, abolendo la sciocca norma che impediva il reintegro a chi non ne presentasse richiesta entro quattro anni.

Basta?
Ovviamente no.
Le notizie che arrivano dalle sezione sono piuttosto incoraggianti: le adesioni ai nuovi corsi arbitro sono in numero non eccezionale ma sicuramente in linea con le migliori aspettative.

Quel che non funziona per niente è altro.
Da tempo affermo (e ribadisco) che la comunicazione dell’Associazione sia un disastro.
I canali twitter e facebook non sono utilizzati male: sono utilizzati come peggio non si potrebbe.
Stesso discorso per il canale Youtube (che, tra parentesi, potrebbe essere una fonte di introiti gigantesca, e le risorse scarse sono state sempre un problema per l’Associazione).
Per fare un esempio banale, nei giorni scorsi ho voluto condividere il video promozionale del corso arbitri.
Nelle due settimane precedenti il video aveva avuto un numero risibile di visualizzazioni. Dopo averlo condiviso sui miei social, lo stesso video ha avuto in due giorni un incremento di visualizzazioni del 40%.
Autocelebrazione?
Ma manco per idea!
La verità è che, se il video ha avuto un incremento del genere con la sola condivisione sui social di una persona come tutte le altre, evidentemente qualcosa non funziona nell’idea di comunicazione.
Nei mesi scorsi (lo ricorderanno i miei più fedeli followers) avevo offerto piena collaborazione all’associazione per iniziative che fossero utili alla crescita mediatica della stessa.
La condivisione del video promozionale del corso arbitri non è stata un’iniziativa basata su un favore chiesto dall’AIA: è stata una mia iniziativa dovuta al fatto che l’associazione non è più casa mia ma rimarrà comunque casa mia.
Naturalmente non ho mai sentito nessuno dell’associazione.

Il gravissimo problema di questa nuova dirigenza (che, peraltro, tanto nuova non è come ha ammesso lo stesso Trentalange con lo slogan “Non sono il nuovo ma l’esperienza che porta al nuovo”) è che, su strade differenti, sta ripercorrendo i medesimi errori dell’interregno nicchiano: l’autoreferenzialità.
Non solo è chiusa in se stessa come se dovesse difendere chissà cosa ma non accetta nemmeno le mani tese di persone esterne che offrono il proprio aiuto, senza chiedere assolutamente nulla.
Non lo nascondo: ero pronto e sono pronto ad offrire qualsiasi tipo di aiuto all’associazione. Lo dissi senza mezze parole ad un componente del Comitato Nazionale che, sostanzialmente, mi rispose che non avevano bisogno di aiuto.

I risultati si vedono.
Il canale Youtube, potenzialmente una miniera d’oro per la possibilità di offrire contenuti unici, è una sorta di box inutilizzato che sta accumulando polvere. I canali social sono rimasti il solito, inutile, stucchevole dipinto di autoreferenzialità. Invece di chiedere aiuto a chi, nel campo, ha un minimo di esperienza e capacità di movimento, continuano imperterriti con gli schemi del passato che hanno portato all’attuale disastro tecnico ed associativo.

Forse sarebbe il caso di ascoltare qualcun altro, non sempre le stesse voci.
O, meglio: forse sarebbe il caso di cominciare a pensare di non essere in grado di fare tutto anche in “ambienti” di cui non si conosce niente...

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