Se stessimo vivendo una stagione normale, sarebbe iniziato l’ultimo bimestre effettivo, considerando che tutte le competizioni si chiudono nella prima settimana di giugno (in particolare i playoff di Serie B e Serie C).

Ma quella che è stata una stagione normale fino a metà febbraio non può certo essere definita tale ad inizio aprile.

Non sappiamo che cosa potrà accadere: non stiamo ragionando nemmeno giorno per giorno, in alcune zone d’Italia si sta ragionando ora per ora sebbene ci siano degli squarci di speranza nella lettura dei dati sull’infezione, sulle perdite (ahimé, ancora tantissime) e sulle guarigioni.

Per tal motivo quel che segue non è un progetto allo studio ma solo una serie di ipotesi su quel che potrebbe accadere da oggi all’inizio della prossima stagione.

Il primo aspetto importante (prima di passare alla questione che più mi interessa, cioè quella arbitrale) è che sarà sicuramente un’estate completamente differente da quelle del recente passato: non ci saranno tournee estive (l’emergenza è planetaria, motivo per cui non avrebbe senso spostarsi in altri continenti per giocare amichevoli di lusso a porte chiuse), i ritiri precampionato saranno più brevi e incentrati sulla preparazione e non sulla racconta di denaro determinata dall’organizzazione di improbabili coppette.
Le competizioni internazionali slitteranno di almeno un paio di mesi (ricordiamoci che i primi turni preliminari di Europa League e Champions League iniziano solitamente nella seconda/terza settimana di luglio, periodo nel quale presumibilmente si disputeranno le ultime giornate dei campionati nazionali, con impossibilità di determinare le partecipanti almeno fino ad inizio agosto), il calendario della prossima stagione sarà una sorta di incubo perché è legittimo pensare che saranno moltissimi i turni infrasettimanali, tenendo conto del fatto che il periodo a disposizione sarà limitato sia dall’inizio posticipato che dalla presenza nell’estate 2021 dell’Europeo rinviato poche settimane orsono.

Un cenno a questo campionato.
Era abbastanza prevedibile che si sarebbero scontrate due linee di pensiero differenti: chi spinge per giocare e chi, al contrario, vorrebbe chiudere la stagione subito.
I motivi sono chiarissimi e non hanno nulla a che vedere con l’emergenza sanitaria: da una parte alcune società spingono per tornare a scendere in campo perché vogliono giocarsi legittimamente le possibilità di raggiungere un obiettivo, dall’altro altri vorrebbero l’annullamento per motivi che di sportivo hanno ben poco.
Quel che trovo inaccettabile è che le due visioni contrapposte (che, di fatto, nascondono nemmeno troppo velatamente interessi di parte) fondano le proprie considerazioni sul virus: da una parte chi vuol giocare evoca il rispetto per i morti, dall’altra chi non vuol giocare si rifugia nella sicurezza dei calciatori (come se in Italia si mandassero al macello i cittadini a caso, senza riflettere sul fatto che siamo a casa da oltre 30 giorni per la nostra incolumità).
Insomma, siamo alle solite battaglie di bottega: si strumentalizza una tragedia terribile per interessi di cortile.
Da una parte chi sfrutta i morti per spingere alla ripresa, fondando la propria logica perversa su un campionato da dedicare alla memoria di chi non c’è più, dall’altra fomentando le paure di tutti da parte di chi non vuol riprendere, ben sapendo che eviterebbe una retrocessione di fatto scontata (o quasi).

In realtà sarebbe tutto meno paradossale e, soprattutto, più etico se si puntasse ad un aspetto fondamentale per tutte le società, al di là delle sciocchezze basate sullo sfruttamento del dolore provocato da questa crisi sanitaria: è fondamentale concludere i campionati per una questione di equilibri economici che non possono essere negati.
Il calcio è sicuramente uno sport ma anche, ormai da un paio di decenni, un affare globale che non solo muove miliardi di euro ma, soprattutto, che consente a migliaia di famiglie di poter contare su una remunerazione.
Un terzo di campionato non disputato significherebbe una perdita di soli diritti televisivi pari a circa 350 milioni di euro, denaro fondamentale per la sopravvivenza non solo delle società di Serie A ma per tutte, soprattutto dalla Serie C in giù.
Trovo di una stupidità abissale la superficialità con la quale si affrontano questi temi: pensare che la sparizione di centinaia di società dalla Serie C in giù possa essere un bene è aberrante.
Forse ci si dimentica che, nel calcio, i milionari sono circa l’1% del totale (cioè calciatori ed allenatori di Serie A) e che la stragrande maggioranza di chi vive nel calcio è composto dai dipendenti: impiegati, magazzinieri, addetti ai campi di allenamento, custodi, social manager ecc. Una quantità enorme di persone sconosciute al grande pubblico ma che rimarrebbero senza lavoro nel caso in cui dovessero chiudere i battenti tante piccole società delle categorie inferiori.

Non è certo un caso che tutte le federazioni stiano cercando un metodo utile a concludere le competizioni in corso perché, alla fine, tutte devono far quadrare i conti di una stagione certamente anomala ma che non può essere utilizzata per far morire posti di lavoro nel menefreghismo.

Giusto, pertanto, provare in ogni modo a programmare la conclusione del campionato ma, per cortesia, non si utilizzino i morti per giustificare una posizione soggettiva: è squallido.

Per quanto riguarda gli arbitri è pressoché impossibile pensare di poter arrivare ad una definizione dei quadri di fine stagione in queste condizioni.
La formazione dei quadri non dipende solo dai numeri interni ma anche dalla strutturazione dei vari campionati.
Non avendo la minima idea di chi giocherà cosa nella prossima stagione, risulta improvvido anche solo immaginare una soluzione definitiva.

Poniamo un esempio.
Il campionato di Serie A non si concluderà.
In questo caso è ipotizzabile che verranno congelate le retrocessioni (dato che, con 36 punti a disposizione, anche il Brescia avrebbe possibilità ipotetiche di arrivare in zona Europa League) e che la Serie A potrebbe vivere una stagione atipica con 22 iscritte e 42 giornate.
In questo caso non sarebbero più sufficienti 21 arbitri di CAN A ma si dovrebbe integrare l’organico con almeno 5 promozioni (a fronte delle dismissioni di Rocchi, Giacomelli e Calvarese).
Stesso discorso per la serie B: le due promosse (ad oggi Benevento e Crotone) verrebbero sostituite da due squadre di C. Anche se, in questo caso, la questione è ancora più complessa: chi promuovere dalla C? Le prime in classifica attualmente?
E’ un’idea.
Peccato che i gironi di Serie C siano tre, non due…

Insomma, da qualunque parte la si voglia vedere, concludere la stagione è fondamentale.

Per gli arbitri, invece, potrebbe essere un’occasione unica per compiere quel passo fondamentale per tornare a formare arbitri di qualità senza l’ingessatura attuale, dovuta alla fallimentare separazione della CAN A dalla CAN B.
Considerando il fatto che risulta essere impossibile prevedere quel che accadrà, la miglior soluzione praticabile appare quella di riunire con effetto immediato le CAN, portando da subito l’organico a 48 elementi, numero sufficiente per gestire (in ipotesi) una Serie A a 22 squadre ed una Serie B a 24.

E’ ovvio che questa soluzione non rappresenterà certo un successo del Presidente Nicchi che, non dimentichiamolo, nel 2010 accettò di dividere la CAN A/B in due distinte commissioni, per motivi che ancora oggi, a dieci anni di distanza, appaiono incomprensibili.
Non sarà facile convincere il presidente degli arbitri perché, di fatto, sarebbe costretto ad ammettere implicitamente la fallimentare gestione tecnica delle commissioni nazionali.
D’altro canto, però, credo che il bene dell’associazione debba prevalere sull’interesse di un singolo associato.
Se poi una decisione di questo genere dovesse portare ad un calo dei consensi per Nicchi, non credo che ciò rappresenti un problema: persone in grado di sostituire il presidente in carica da undici anni ce ne sono a decine.
Anzi, sarebbe anche il caso che Nicchi, in un moto di responsabilità, si facesse da parte: dopo un’era geologica a capo dell’Associazione è venuto il momento di dedicarsi ad altro, magari alla cura della base all’interno della sua sezione.

Un ultimo appunto.
In questo periodo si parla spesso dei tagli delle remunerazioni per calciatori ed allenatori.
È prevedibile qualcosa del genere anche per gli arbitri?
Nel caso in cui i campionati venissero definitivamente interrotti, è giocoforza: un terzo circa degli stipendi fissi verrebbero decurtati.
Oltre a ciò, però, gli arbitri di A e B subirebbero un ulteriore danno economico. Non dobbiamo infatti dimenticare che arbitri, assistenti e “varisti” vengono remunerati con due sistemi paralleli ma alternativi: una parte fissa (con sistema di fatturazione singola) ed una parte variabile, legata al numero delle presenze.
Sono una sorta di “lavoratori a cottimo”: più vengono impegnati, più incassano (in Serie A ogni partita viene pagata 3800 euro lordi, pari a circa 2200 euro netti). Considerando che mancano 12 giornate per concludere la Serie A, ogni arbitro (in media) perderebbe un terzo dello stipendio fisso più una media di 22.800 euro (ipotizzando sei impegni per ciascuno).
Non esattamente degli spiccioli...

Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog (www.lucamarelli.it) è nato come un passatempo e sta diventando un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati.

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