- Luca Marelli
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Per una volta affronto un argomento che, su queste pagine, abbiamo sempre evitato, cioè la posizione dell’Associazione sull’eventuale ripresa dell’attività.
Naturalmente eviterò di cadere nella trappola della polemica contro qualcuno ma affronterò la questione su base personale, senza alcuna pretesa di essere esperto di medicina, materia nella quale non ho alcuna competenza specifica.
Nei giorni scorsi ha creato molte discussioni la posizione dell’Associazione (riassunta, per il ruolo che occupa, dal Presidente) secondo cui gli arbitri potrebbero anche rifiutarsi di offrire il servizio VAR in Serie A.
La motivazione di tale ipotesi risiede nel fatto che, in ambienti angusti, potrebbe non essere assicurata la necessaria sicurezza per VAR ed AVAR.
In tutta franchezza, ascoltando l’esposizione di questa teoria, sono rimasto molto sorpreso, non tanto per l’interrogativo implicito (si può essere sicuri all’interno di un luogo chiuso?) ma per la motivazione per cui si è arrivati ad esprimere un concetto di questo genere.
Partiamo dai dati di fatto.
È vero, le sale VAR non sono delle stanze enormi nelle quali il distanziamento sociale richiesto in potrebbe essere assicurato in ogni momento.
Dobbiamo però sottolineare un fatto fondamentale: non sono nemmeno dei sottoscala oppure delle cantine senza aerazione.
Ho visto personalmente la sala VAR (se così possiamo definirla) a San Siro, perlomeno quella che veniva utilizzata all’inizio (parlo del campionato 2017/2018).
Ebbene, non era esattamente una sala ma, più precisamente, un container sistemato all’esterno dello stadio (a circa 200 metri di distanza), nella zona tra il parcheggio e l’ingresso dei pullman.
All’interno della sala VAR, durante la partita, ci devono essere tre persone: il VAR, l’AVAR ed un tecnico che aiuta i primi due con le immagini. Il tecnico non ha alcuna voce in capitolo sulla scelta di frame e video, semplicemente deve fornire agli arbitri le immagini che vengono richieste e/o individuate in funzione delle scelte indicate nel protocollo.
Il container di San Siro ha le dimensioni standard di questa tipologia di luoghi: circa 10 metri di lunghezza e tre di larghezza.
No, non esattamente dei luoghi comodi ma nemmeno quelli che potremmo immaginare ascoltando i timori di chi ipotizza la ripresa della Serie A senza tecnologia.
Sappiamo che, per mantenere una certa sicurezza nei luoghi di lavoro, le persone devono (e dovranno) mantenere la distanza di almeno un metro tra di loro.
Ebbene, se consideriamo il fatto che nella sala VAR operano tre persone, è facile comprendere che potrebbero essere distanziate di almeno tre metri l’una dall’altra.
Il problema, in sostanza, non si pone.
O, meglio, è una questione che coinvolge gli arbitri esattamente come ogni persona di questo pianeta in questo periodo e per chissà quanto tempo nel futuro.
Sappiamo tutti che nelle prossime settimane si dovrà gioco-forza cominciare a ragionare non sul “se” ma sul “quando” e “come” riaprire la vita di ogni giorno.
Certo, possiamo scordarci fin da ora e per molto tempo le serate in discoteca, al pub o nei locali di ritrovo post-cena: per tornare alla vita a cui eravamo abituati dovremo attendere un annetto o forse anche di più (perlomeno fino a quando non verrà scoperto il vaccino oppure fino al giorno in cui il virus non deciderà di aver creato abbastanza danni nella società, scomparendo).
Allo stesso tempo non possiamo pensare di rimanere chiusi in casa per altri sei mesi, a meno che non si decida scientemente di ridurci tutti (o quasi) alla fame: se manca il nostro lavoro, mancherà anche il lavoro di chi paga la nostra attività. E se nessuno produce, prima o poi cominceranno ad esserci problemi anche per l’approvvigionamento alimentare: impensabile.
Lo stesso ragionamento vale per il calcio: non si può ragionare sul “se” ma è doveroso ipotizzare il “quando” ed il “come”.
Mi lasciano stupefatti i commenti di chi considera il calcio come “l’ultimo dei problemi”, come se il calcio fosse solo Ronaldo o Lukaku, Donnarumma o Koulibaly.
In realtà i milionari sono solo una piccola parte del movimento, composto per il 99% da persone con le stesse entrate di un qualsiasi lavoratore dipendente.
Pensare che una delle dieci aziende più importanti per fatturato possa essere considerato come “l’ultimo dei problemi” è frutto di miopia, superficialità, populismo spicciolo: chiudere una stagione senza risultati finali significherebbe perdita di centinaia di milioni di euro, fallimento di decine di società, migliaia di posti di lavoro in fumo.
Possiamo veramente pensare che la vita di chi lavora nel calcio con stipendi normalissimi sia da considerare marginale? Non sono essi stessi lavoratori?
La banalità di certi ragionamenti si scontra con la realtà: per quanto in Serie A i lavoratori guadagnino cifre più importanti (arbitri compresi, perlomeno in relazione ad uno stipendio medio), ciò non giustifica né una sottovalutazione dell’impatto sociale di una sospensione a tempo indeterminato né il capriccio di chi pensa di poter avere un trattamento di favore rispetto ad una persona qualsiasi.
Non lo nego: non vedo l’ora di riaprire il portone dell’ufficio, non tanto per riprendere a vivere normalmente ma perché sono stanco di dover passare le giornate nel chiuso di casa senza avere la minima interazione reale. Sono pronto a diventare un italo-giapponese, salutando le persone con un inchino invece che con una stretta di mano od un abbraccio.
D’altro canto, però, sono ben consapevole che quel giorno i rischi di trovarsi coinvolti nel tunnel della malattia esisteranno perché avremo contatti con persone di cui magari ci fidiamo ciecamente ma che inconsapevolmente potrebbero essere portatori del virus.
Tutti noi saremo consapevoli che dovremo affrontare il rischio, perché è impensabile di immobilizzare la vita del pianeta per un tempo indeterminato.
Ecco perché l’ipotesi di riprendere senza VAR appare più come un’uscita di populismo spicciolo piuttosto che una reale necessità.
Se dovessimo andar dietro ad una teoria di questo genere, allora si dovrebbe pensare che gli arbitri rifiuteranno di riprendere l’attività perché in campo i rischi di contagio sono enormemente più elevati: vogliamo forse pensare che si scenderà in campo con una mascherina FFP2 oppure che si dovrà dirigere il traffico mantenendosi sempre a due metri da chiunque?
E’ ovvio che ci saranno rischi: i calciatori non potranno certo marcarsi a due metri di distanza, non si potrà formare una barriera distanziandosi di un metro, un contrasto aereo impone un contatto fisico.
Calciatori, arbitri, dirigenti, giornalisti, operatori ecc. saranno costretti a correre dei pericoli (piccoli o grandi che siano) per svolgere la propria professione.
Se proprio vogliamo evidenziare una scala di rischio, i VAR sono quelli che ne correranno di meno: non avranno problemi a mantenere una distanza costante, potranno operare con le mascherine più adatte, non dovranno entrare in contatto con giocatori o tesserati in genere.
Insomma, di queste piazzate ne facciamo volentieri a meno.
Anche perché, in questo modo, si fornisce la sensazione che gli arbitri abbiano quasi paura di svolgere il proprio compito.
Visione totalmente distorta come dimostrano i fatti: ogni settimana migliaia di ragazzi scendono in campo da soli senza nemmeno l’ombrello delle forze pubbliche (assenti nel 90% dei casi, come ovvio che sia, anche solo per una questione puramente numerica), dirigendo il gioco in mezzo a 22 calciatori e centinaia di persone sconosciute.
Se c’è una categoria che non può essere accusata di avere timori di qualsiasi tipo, è proprio quella degli arbitri.
Per quale motivo, pertanto, far passare l’idea che gli arbitri abbiano dei timori?
E non avranno paura di viaggiare in aerei o treni sui quali sarà impossibile mantenere le distanze minime? Non avranno timore di entrare in alberghi frequentati da centinaia di persone?
Gli arbitri avranno le stesse paure di tutti, come è normale che sia.
In sintesi, si poteva evitare, soprattutto perché quanto affermato non trova il minimo riscontro, è una posizione personale e non certo rappresentativa del comune sentire.
Così come sono da spazzare via tutte le false affermazioni di chi sostiene che gli arbitri non vogliano più scendere in campo: è esattamente il contrario perché sono consapevoli che sarà impossibile per molto tempo garantire una sicurezza totale.
Per loro come per chiunque: giocatori, dirigenti, arbitri, giornalisti, me e te che stai leggendo.
Se doveste ascoltare qualcuno che assicura che “gli arbitri non vogliono tornare in campo”… beh, sappiate che state ascoltando una persona che non conosce minimamente il nostro mondo.
Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog (www.lucamarelli.it) è nato come un passatempo e sta diventando un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati.
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