Quello dell'arbitro è davvero un mestiere difficile, carico di significati e responsabilità. Il direttore di gara, nei novanta minuti di gioco, assume le vesti di giudice indiscusso e supremo, “arbitro in terra del bene e del male”, parafrasando le parole di una famosa canzone di Fabrizio De André. In certe situazioni poi è fondamentale per un arbitro sapersi rapportare, saper comprendere le ragioni dell’altro e sapersi calare nei panni di chi gli sta di fronte, cercando di prendere la decisione migliore in ogni situazione. Ma come si dovrebbe comportare un arbitro se un giocatore o un’intera squadra decidesse di non proseguire un incontro?

È ciò che è capitato domenica pomeriggio durante la partita di ottavi di finale del Mondiale femminile tra Inghilterra e Camerun. Infatti le giocatrici africane per ben due volte hanno minacciato di abbandonare il terreno di gioco per protesta contro le decisioni prese dall'arbitro cinese Qin Liang, che dopo essersi consultata con le colleghe al Var ha concesso alle inglesi la rete del 2 a 0, inizialmente annullata per fuorigioco. La protesta delle leonesse d’Africa è clamorosa, tanto da rifiutarsi di riprendere il gioco. Anche il loro ct è furioso e fa cenni che il gioco non deve essere ripreso. Motivo della protesta: la bandierina alzata un po' troppo in fretta dalla guardalinee, che avrebbe tratto in inganno le giocatrici camerunensi che si sono fermate senza contrastare l'azione delle inglesi. Da qui la reazione sfociata in una sorta di riunione di tutte le giocatrici africane a metà campo, mentre l'arbitro intimava loro di riprendere a giocare. Dopo oltre 6 minuti di recupero dovuti al “rifiuto” del Camerun, si è tornati a giocare.

Cosa dice il regolamento?

Come dovrebbe comportarsi un arbitro qualora una squadra, per protesta o per un altro motivo, decidesse di ritirarsi dal terreno di gioco a gara iniziata?

“Dovrà accertarsi inequivocabilmente, rivolgendosi al dirigente e/o al capitano di detta squadra, della volontà di non disputare o di non proseguire la gara. Inviterà, in tal caso, il dirigente e/o il capitano a rilasciargli apposita dichiarazione scritta. In caso di rifiuto prenderà atto, possibilmente alla presenza degli assistenti, se ufficiali, della sua dichiarazione e ne darà comunicazione ai responsabili della squadra avversaria”.

È importante precisare che l’arbitro non è tenuto a convincere una squadra a proseguire la partita: deve piuttosto chiamare il capitano e comunicargli, con pazienza, autocontrollo e comprensione, le conseguenze a cui andrebbero incontro nel caso in cui si rifiutassero di riprendere il gioco. È questo ciò che ha fatto Qin Liang durante la protesta dell’intera squadra africana. In situazioni come quella capitata in Inghilterra – Camerun, il carattere dell’arbitro consente di raggiungere un clima di distensione senza dover essere per forza repressivi.

Marsiglia-Milan e il caso Aurora Terno

Ci sono diversi casi di squadre che lasciano il terreno di gioco prima del triplice fischio finale del direttore di gara: durante la partita di Coppa dei Campioni giocata dal Milan contro l’Olympique Marsiglia in Francia, la sera del 20 marzo 1991 - ritorno dei quarti di finale, dopo l’1-1 della gara di andata - uno dei quattro riflettori dello stadio Vélodrome smise di funzionare all’87° del secondo tempo, quando il risultato era 1-0 per il Marsiglia. Con quel risultato i francesi si sarebbero qualificati per la semifinale eliminando il Milan, che in quella partita non stava combinando granché. L’arbitro svedese Bo Karlsson, in seguito al provvisorio malfunzionamento dell’impianto di illuminazione, sospese brevemente la partita. Il capitano Franco Baresi, Ruud Gullit e altri giocatori del Milan, d’accordo con la dirigenza del Milan, manifestarono all’arbitro la volontà di non riprendere l’incontro finché l’illuminazione non fosse stata completamente ripristinata. Dopo alcuni minuti il riflettore riprese a funzionare, anche se parzialmente, e da molti - non soltanto dall’arbitro - l’illuminazione in campo fu ritenuta più che sufficiente per continuare a giocare regolarmente gli ultimi minuti della partita. L’arbitro Karlsson decise di far riprendere la partita e portò il pallone nel punto dove il Milan avrebbe dovuto battere la rimessa da fondo campo, prima che la partita venisse interrotta. A quel punto successo qualcosa di totalmente inatteso: Adriano Galliani, che era in tribuna, scese in campo, entrò nel terreno di gioco e invitò i giocatori del Milan a rientrare negli spogliatoi e ritirarsi. Karlsson fece riprendere il gioco ma, senza il Milan in campo, dichiarò conclusa la partita sull’1-0, dopo pochi secondi. In seguito alla decisione di abbandonare il campo, l’UEFA assegnò al Milan una sconfitta a tavolino per 3-0 e inflisse alla società la squalifica per un anno da qualsiasi competizione europea, ritenendo che il Milan non avesse motivo di rifiutarsi di riprendere l’incontro.

È un episodio di razzismo invece che ha portato lo scorso dicembre l’Aurora Terno, squadra di terza categoria, ad abbandonare al 66° di gioco - per volere del presidente - il campo di Pontida, dopo aver sentito degli insulti levarsi contro il difensore di colore Dabre. In questo caso il giudice sportivo decretò la sconfitta a tavolino per l’Aurora Terno e la penalizzazione di un punto in classifica.

E se fosse soltanto un giocatore a voler abbandonare la partita?

L’arbitro deve parlare con il suo capitano e comunicargli che ne caso in cui dovesse abbandonare anzitempo e senza autorizzazione il campo da gioco verrebbe automaticamente ammonito. Pensiamo al caso Muntari in Cagliari-Pescara dell’aprile 2017: l’ex giocatore di Milan e Inter abbandonò senza autorizzazione dell’arbitro Minelli il campo al 90' perché sentì partire dalle tribune degli insulti razzisti. Il direttore di gara fu costretto ad ammonire per la seconda volta il centrocampista ghanese che fu così fermato dal giudice sportivo per un turno. Non ebbe lo stesso trattamento Roberto Carlos durante una partita tra il Krylya Sovetov Samara e la sua squadra, l’Anzhi Makhachkala, nel giugno del 2011: il difensore brasiliano decise di abbandonare la partita dopo che un tifoso avversario gli aveva lanciato una banana dagli spalti. Ma in quel caso Roberto Carlos non fu ammonito.

Casi estremi

Ci sono degli casi in cui l’arbitro può accogliere la richiesta di una delle due squadre di non proseguire la partita?

No, ma esiste il buon senso.

È ciò che è successo a Lecce lo scorso febbraio nella gara di campionato di serie B tra la formazione pugliese e l’Ascoli, quando il centrocampista giallorosso Manuel Scavone - non per volontà sua ma a causa di un terribile contrasto aereo con l’attaccante ascolano Giacomo Beretta - fu portato fuori dal campo. In questo caso ovviamente non si può parlare di giocatore che abbandona il terreno di gioco. A seguito della drammatica situazione, l’arbitro Nicolò Baroni stabilì la sospensione della gara dopo appena 30 secondi, visto che non sussistevano le condizioni (psicologiche, sopratutto) per proseguire la partita.

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