Si è fermata in semifinale contro l’Ucraina, la corsa degli azzurrini nel Mondiale Under 20, al termine di una partita molto combattuta che ha visto il Var attore (non) protagonista e giudice severo. Severo non tanto per aver annullato il gol capolavoro di Scamacca, quanto per il suo intervento molto al di fuori del protocollo. E adesso vi spieghiamo il perché.

Se consideriamo il (discutibile) metro di giudizio del direttore di gara Raphael Claus, non è sbagliato annullare la rete dell’azzurrino. Partiamo da un altro episodio, molto importante ai fini della nostra analisi: al 79’ minuto l’arbitro brasiliano mostra il secondo giallo al difensore Denys Popov, reo di aver colpito con il braccio sinistro il volto del capitano Pinamonti. L’episodio avviene a pochi metri da Claus che, senza troppe esitazioni, porta la mano al taschino e manda il quattro ucraino negli spogliatoi. Nonostante il braccio di Popov sia chiaramente largo, la scelta dell’arbitro appare fin troppo fiscale: l’intervento del difensore, che salta insieme a Pinamonti nel tentativo di colpire il pallone con la testa, non appare né cattivo né imprudente.

Detto ciò il fallo di Scamacca è esattamente identico a quello cha ha portato all’espulsione di Popov: la mano del numero undici azzurro tocca la faccia di Bondar che perde l’equilibrio e cade a terra. Se l’arbitro avesse fischiato il fallo non ci sarebbe stato nulla da dire, ma è proprio questo il punto: Claus non fischia il braccio largo di Scamacca ma convalida la rete. Nel momento del colpo di Bondar porta il fischietto alla bocca, dando l'impressione di voler interrompere l'azione, ma alla fine lascia correre. Ciò significa che era in pieno controllo dell'azione ma ha deciso di non sanzionare tecnicamente il gesto di Scamacca. Da lì il richiamo del collega al Var Wilton Pereira Sampaio: Claus rivede l’azione e decide di annullare. Premesso che al Var la potenza del fallo di Scamacca non si percepisce minimamente, perché utilizzare l’OFR su un episodio già valutato dall’arbitro? Per questo motivo è davvero complesso giudicare come legittimo l'intervento del Var Sampaio: in presenza di un episodio visto e valutato, il chiaro ed evidente errore è da escludere.

Ma al di là dell’episodio che ha caratterizzato la partita tra Italia e Ucraina, vogliamo soffermarci sulle parole del vero protagonista della triste serata di Gdynia. Stiamo parlando del ct degli azzurrini Paolo Nicolato, che a fine gara ha così commentato l’episodio appena analizzato: “Il gol annullato a Scamacca? Nessuna ingiustizia, magari un errore. Sono sempre dalla parte degli arbitri e credo nella loro buona fede”. La tecnologia limiterà gli errori, ma aumenta la crudeltà del calcio, che già di suo è uno sport spietato. Eppure nella modernità dell’innovazione sopravvivono ancora gli uomini di altri tempi. E Nicolato è uno di questi: davanti alle telecamere infatti non si rifugia in alibi, né attacca l’arbitro Claus. Accetta la decisione da signore. Perché lui, oltre ad essere un buon allenatore (ricordate la storica vittoria con la primavera del Chievo?), si dimostra essere un bravissimo educatore: insegnare a dei ragazzi di diciotto/diciannove anni che non esiste l’ingiustizia ma esiste l’errore, è un qualcosa che non sempre si vede nel mondo dello sport, anzi. Parole come quelle del ct di Lonigo nel calcio italiano forse non si sono mai sentite: parole che devono far riflettere e che puntano il dito verso tutti coloro che dopo una sconfitta, attaccano gli arbitri o si nascondono dietro qualche inutile scusa. Le evoluzioni negative che ci hanno portato ai nostri giorni hanno ulteriormente demolito i veri principi del fair play nello sport e in particolare nel calcio: un livello di competizione sempre più sfrenato, interessi economici troppo alti per poter “permettersi di perdere” e una rivalità territoriale assurda hanno portato sempre più episodi di scorrettezza e purtroppo anche di violenza dentro e fuori dal campo. Senza voler fare falsi moralismi e riconoscendo anche la “bellezza di una sana competizione” è necessario tornare ad un’etica e un rispetto dell’avversario e dell’arbitro che ormai si sono persi. Il problema è molto più profondo e radicato di quanto lo si voglia far sembrare, e le misure restrittive e repressive non sono certo la soluzione a una questione che andrebbe affrontata alla radice. Alla radice vuol dire investire nella formazione e nella scuola, che deve essere il primo motore di trasmissione dei valori del rispetto nello sport e nella vita. Anche le società sportive giovanili e tutti i luoghi di aggregazione come gli oratori dovrebbero crescere i ragazzi all’insegna del fair play, dello sport come fonte di aggregazione, di amicizia e di rispetto. E ovviamente il cambiamento radicale deve partire anche da tanti genitori, che sempre più spesso nelle manifestazioni sportive giovanili sono i primi a farsi trascinare in atteggiamenti deprecabili, incitando alla competizione più sfrenata e al non riconoscimento dell’autorità arbitrale. I valori acquisiti tramite lo sport vengono riflessi anche nella vita, e solo trasmettendoli alle nuove generazioni potremo avere un futuro migliore, perché saranno i giovani di oggi a trasmettere questi valori alle generazioni successive. Le parole di Nicolato rappresentano una ventata d’aria fresca in un mondo fin troppo malato (e spietato): ammettere la sconfitta senza cercare alibi ed evitare di attaccare una decisione arbitrale (anche se discutibile), significa lasciare ai propri giocatori (ma anche a tutti noi) un bellissimo esempio di correttezza, lealtà e sportività. Ed è quello che più serve al nostro calcio.

Avrà pure perso la possibilità di giocarsi una finale mondiale, ma in fondo mister Nicolato ha vinto lo stesso.

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