- Luca Marelli
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Non era scontato ma, tutto sommato, non è nemmeno sorprendente che il campionato sia ripreso con le medesime criticità mediatiche pre-lockdown: polemiche infinite sul VAR e sul protocollo che ne regola l’utilizzo.
Sono passati ormai tre anni dal giorno in cui, un po’ a sorpresa e con un anno di anticipo rispetto ai programmi iniziali, il VAR divenne uno strumento effettivo al servizio degli arbitri.
Il protocollo VAR non è affatto semplice: è un concetto spesso sottovalutato ma che si sta palesando soprattutto in queste giornate di impegni ravvicinati, con episodi multipli che si sovrappongono l’uno all’altro.
Purtroppo la mancata comprensione del protocollo si è sommata alla scarsa conoscenza del regolamento: si è sempre detto che il calcio sia un gioco semplice (ed è vero, in caso contrario non sarebbe così diffuso a livello globale) ma sotto queste affermazioni è stata nascosta una criticità, cioè che il gioco è semplice ma l’interpretazione dello stesso risulta (in alcune circostanze) maledettamente complessa.
Non è un gioco di parole.
Nella realtà di ogni giorno, soprattutto in ambiente social, assistiamo ad una banalizzazione del gioco, come se fosse possibile qualificare e classificare ogni episodio sulla base di pochi elementi comuni.
In realtà è proprio così: gli elementi di base per il giudizio di un episodio non sono così numerosi e nemmeno troppo complicati.
La questione diventa difficilmente gestibile se, come accade ogni giorno, un episodio viene commentato inserendo temi che non hanno alcuna base regolamentare.
Il modo migliore per spiegare questo contorto (ma in realtà banale) principio è nella terminologia usata: fallo di mano volontario (marginalissimo nel regolamento ormai da due decenni), danno procurato (mai esistito), disponibilità del pallone (tema che non riesco nemmeno ad ipotizzare), tocco del pallone (come se tale eventualità sanasse qualsiasi tipo di irregolarità), intenzionalità di commettere un’infrazione (che ha senso solo ed esclusivamente nella commisurazione della sanzione disciplinare). Potrei andare avanti per quarti d’ora interi ma sarebbe ridondante, credo sia abbastanza chiaro il concetto generale: quasi tutti si esprimono come esperti del settore ma pochissimi hanno le competenze per poter realmente disquisire di episodi senza cadere nella trappola del “sentir comune”.
Se già prima era difficile spiegare una fattispecie particolare sulla base del solo regolamento (compreso il fondamentale principio che gli arbitri sono esseri umani e che l’errore non è segnale di malafede ma solo della fallibilità dell’uomo), con il protocollo VAR è diventato tutto molto più complicato, soprattutto di fronte ad una disciplina nuova che si basa su un fondamento giuridico-sportivo enormemente complicato: la comprensione della dizione di “chiaro ed evidente errore”.
Non lo nego: ho cambiato idea in merito.
Nei primi mesi successivi alla pubblicazione (invero quasi clandestina dato che non venne divulgato dall’IFAB ma posto a disposizione solo degli arbitri) ho invocato per lungo tempo la modifica del protocollo, auspicando di allentare molto l’ambito applicativo di “overrule” ed “on field review” (la differenza è che la prima ipotesi prescinde dalla visione delle immagini dell’arbitro nel monitor situato a bordo campo).
Ritenevo, in un primo momento, che un protocollo così rigido fosse un controsenso dato che limitava enormemente la possibilità per gli arbitri di rivalutare una fattispecie accaduta in campo, in tal modo creando una sorta di grado di gravità tra eventi differenti ma giudicati ugualmente male.
Col tempo, valutando con più attenzione l’applicazione, mi sono reso conto del fatto che il protocollo rigido è una ricchezza poiché limita al minimo l’invasività della tecnologia sul gioco, circoscrivendo l’ambito di applicazione a quelli che Rizzoli ha spesso definito “errori eclatanti”. In particolare ciò presuppone che il VAR possa essere utilizzato (oltre che su ogni rigore o rete od espulsione diretta, come precisato dal protocollo stesso) solo ed esclusivamente per fattispecie chiare a tutti (appunto: chiari ed evidenti errori).
Ciò comporta che tutto ciò che può essere interpretato in maniera differente (per esempio: un rigore discutibile, un’espulsione borderline, una spinta od una trattenuta non prolungata) dai vari osservatori deve essere ritenuto come non oggetto di revisione, lasciando sempre prevalere la scelta operata sul campo in tempo reale.
Per tal motivo risulta abbastanza paradossale che gli stessi addetti ai lavori (spesso tesserati delle società) ancora oggi si stupiscano dell’utilizzo della tecnologia, esprimendo dubbi sui motivi per cui un contatto di qualsiasi tipo non sia mai oggetto (a parte casi eccezionali) di “on field review”. In realtà il sospetto che in molti casi i dirigenti conoscano perfettamente l’insussistenza di tali recriminazioni ma le avanzino solo per una sorta di piaggeria nei confronti dei propri sostenitori esiste eccome: non posso credere che persone pagate centinaia di migliaia di euro ogni anno non abbiano ancora compreso un documento ormai alla base del mondo in cui lavorano.
Ovviamente questo atteggiamento è giustificato da una problematica enorme: il tifoso spesso vuol sentire o leggere quel che pensa, a prescindere dalla realtà dei fatti.
C’è un modo per rendere più fruibile uno strumento che ancora in pochi hanno compreso pienamente?
La soluzione più semplice è anche la più irrealizzabile: far conoscere a tutti il reale ambito applicativo del VAR.
È la più irrealizzabile perché è molto difficile che le persone si informino: con la diffusione dei social in particolare la notizia non viene più approfondita ma semplicemente riportata, senza alcun commento a corredo e senza il minimo riferimento ai documenti su cui si basa.
In tal modo si diffondono notizie verosimili ma incomplete che poi portano ad una esasperazione dei particolari più insignificanti.
È un protocollo imperfetto?
Ovvio, è stato scritto da uomini!
Non esiste un documento perfetto.
Esistono tanti libri magnifici ma anche l’opera migliore ha qualche difetto.
Una soluzione immediata?
Lo ripeto da anni e su questo argomento non ho mai cambiato idea partendo da un presupposto fondamentale: il VAR ed il protocollo non possono e non devono essere al servizio degli arbitri (come accade adesso) ma devono essere risorse a cui possano rivolgersi anche le società stesse.
Il challenge (cioè la richiesta di utilizzare le immagini per mostrare agli arbitri un episodio ritenuto mal giudicato ma non oggetto di “on field review” sulla base dell’ambito applicativo arbitrale) porterebbe a due fondamentali aspetti positivi:
1 – responsabilizzazione delle società che, chiamando l’arbitro alla “review”, dovrebbero assumersi l’onere di individuare in breve tempo episodi che potrebbero essere oggetto di una modifica della decisione tecnica e/o disciplinare di un direttore di gara;
2 – imporre ai dirigenti di conoscere alla perfezione il regolamento per evitare di incorrere in chiamate inutili.
C’è anche un terzo beneficio, più etico che sostanziale: con la possibilità di chiamare un challenge ma con pochissimo tempo a disposizione per poterlo invocare, i tesserati si renderebbero conto di quanto sia complesso decidere su episodi discutibili nel giro di pochi decimi di secondo.
È una soluzione percorribile?
Certamente sì e la risposta non è una convinzione personale: negli sport americani (per quanto siano differenti) il challenge esiste da anni ed anche l’NBA (reticente da sempre alla tecnologia) l’ha introdotto nella stagione in corso.
È una soluzione immediata?
La risposta, in questo caso, è negativa.
L’IFAB aveva studiato fin da subito l’ipotesi del challenge, addirittura inserendo un capitolo dedicato all’interno del protocollo: in esso si spiegava per quale motivo il board, dopo aver discusso dell’ipotesi, avesse preferito sorvolare (la motivazione addotta, invero più che sensata, risiede nel rischio che i dirigenti potessero usare questo strumento per motivi più tattici che tecnici, per esempio per far perdere ritmo alla squadra avversaria negli ultimi minuti di gioco).
Oltre a ciò, nonostante molte voci alzatesi per chiedere questa tipologia di innovazione, l’IFAB non ha predisposto, nell’ultima riunione del 29 febbraio scorso, alcun panel per studiare la questione (i panel sono gruppi di lavoro composti da poche persone che devono confrontarsi e presentare all’IFAB stessa una relazione sull’argomento affidato): ciò significa che, in linea di massima, questa ipotesi non sarà trattata nemmeno nel 2021 e sarà, di conseguenza, assente anche nella stagione 2021/2022.
A mio parere, in ogni caso, il challenge non è e non sarà un’utopia: al contrario è un’evoluzione naturale della tecnologia che, dopo una fase di sperimentazione (come l’attuale, perché di fatto siamo ancora in un periodo nel quale si studia l’impatto del VAR sul calcio), si aprirà ad un utilizzo non più riservato agli arbitri ma anche alle società.
Non ci resta che attendere, in linea di massima per la stagione 2022/2023 (quella nella quale, per la cronaca, si disputeranno i campionati Mondiali in Qatar).
Luca Marelli

Comasco, avvocato ed arbitro in Serie A e B fino al 2009, accanto alla professione si occupa di portare qualche spunto di riflessione partendo dal regolamento, unica via per comprendere ed interpretare correttamente quanto avviene sul terreno di gioco. Il blog (www.lucamarelli.it) è nato come un passatempo e sta diventando un punto di riferimento per addetti ai lavori ed appassionati.
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